Politico Quotidiano

“Senza garanzie il M5s non ci sta”. Conte minaccia il Campo largo

Il leader pentastellato detta le condizioni su Renzi e rilancia le divisioni sull'Ucraina. Tra veti, ultimatum e ricette economiche inconciliabili, la sinistra fatica a trovare un accordo persino all'opposizione

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Il campo largo vuole governare l’Italia, ma per il momento non riesce neppure a governare i propri alleati. E ogni vertice che dovrebbe avvicinare l’intesa finisce per partorire un nuovo ultimatum. L’ultimo porta la firma di Giuseppe Conte, che a poche ore dall’accordo sulla tabella di marcia del centrosinistra torna a mettere Elly Schlein con le spalle al muro. Il bersaglio è sempre Matteo Renzi, l’alleato che nessuno vuole davvero abbracciare ma del quale, almeno sulla carta, nessuno intende fare a meno. “Cara Schlein, nel caso dovessi vincere tu le primarie, dobbiamo dirlo prima: garanzie politiche, perché sennò il Movimento non ci sta. Se vincessi io le primarie, le garanzie politiche le darò io”.

Parole pronunciate ad “Accordi e disaccordi” sul Nove. Più che un’apertura al dialogo, un avvertimento preventivo. Perché la coalizione che sogna di mandare a casa Giorgia Meloni continua a discutere delle condizioni per restare insieme ancora prima di aver trovato un motivo convincente per farlo.

Il paradosso è servito. Conte assicura di non amare la politica dei veti, ma poi sembra praticarla con una certa disinvoltura: “La politica del veto, dicendo che una persona, un soggetto, un politico è inaffidabile, è una politica che a me non piace perché diventa un fatto personale, una rivalità che ci fa scader tutti”. Tutto molto bello, almeno nelle intenzioni. Peccato che subito dopo arrivi la precisazione su Renzi, la cui presenza rappresenterebbe “un costo politico, perché l’ho detto anche chiaramente: Renzi rischia, alla mia comunità, di depotenziare in termini anche elettorali”. E ancora: “Dobbiamo adottare contromisure per cui nessuno possa scartare”. Insomma, nessun veto, per carità. Soltanto una serie di condizioni senza le quali il Movimento potrebbe sfilarsi. La differenza, più che politica, sembra lessicale.

Certo, la diffidenza dell’ex presidente del Consiglio verso il leader di Italia Viva ha radici facilmente comprensibili. Fu proprio Renzi, nel gennaio del 2021, a ritirare la delegazione del suo partito dal governo Conte II, aprendo la crisi che avrebbe portato alla fine dell’esecutivo. Ma il punto è un altro: possibile che un’alleanza intenzionata a presentarsi come alternativa di governo debba ancora interrogarsi sull’affidabilità reciproca dei propri protagonisti? E soprattutto, se la fiducia manca oggi, quando ci sono soltanto candidature e programmi da discutere, cosa accadrebbe domani davanti a una legge di Bilancio, a una crisi internazionale o a una decisione impopolare?

Intanto Conte vuole accelerare sulle primarie: “Ieri abbiamo chiarito che il Paese non può attendere, chiede risposte, chiede misure alternative, è stanco di questo governo, di quattro anni di governo Meloni. Siamo tutti d’accordo che un mese al massimo sarà utile per avere un progetto condiviso di base, un programma condiviso e poi ci sono queste primarie da fare”. L’obiettivo è arrivare al voto entro febbraio, possibilmente all’inizio del mese. Ma anche sulle regole della consultazione affiorano le distanze. Nel Pd si ragiona sul doppio turno, soluzione che non entusiasma i Cinque Stelle, mentre il Movimento vorrebbe aprire al voto online e ai sedicenni.

Conte, nel frattempo, chiarisce che la competizione non dovrà essere necessariamente un duello con la Schlein: “Le primarie sono un esercizio democratico, se fossero chiuse non sarebbero primarie. Chi sono io, ma vorrei aggiungere anche Elly Schlein, per dire quanti sono i candidati?”. Prima ancora di scegliere il candidato premier, dunque, bisognerà mettersi d’accordo su come sceglierlo.

E il programma? Anche qui le premesse non sono esattamente incoraggianti. Il leader pentastellato annuncia che il Movimento arriverà al tavolo con venti punti, compreso il reddito di cittadinanza. “Certo che sì”, risponde a chi gli domanda se intenda riproporre la misura simbolo dei governi grillini. Un’altra questione sulla quale verificare la disponibilità degli alleati, a partire dalle coperture finanziarie e dalle modalità di un eventuale ritorno dello strumento. Non va meglio sulla patrimoniale. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni spingono per un’imposta sulle grandissime ricchezze, mentre Conte ha già manifestato le proprie riserve sull’efficacia di una tassa di questo tipo. Adesso precisa: “io non voglio fare una tassa, una tantum, perché non ci vuole nulla, non c’è nessun coraggio. Io voglio esprimere una visione e una prospettiva molto più coraggiosa”. Tutti promettono giustizia sociale, ma quando si tratta di individuare gli strumenti le ricette cominciano a divergere.

Il vero cortocircuito, però, riguarda la politica estera. Perché se sulle tasse si può cercare un compromesso, sui grandi dossier internazionali non sempre è possibile cavarsela con una mediazione dell’ultimo minuto. L’Ucraina continua a rappresentare la frattura più evidente. Il Pd sostiene il proseguimento degli aiuti militari a Kiev, mentre M5s e Avs chiedono di fermarli. Due impostazioni difficilmente conciliabili, soprattutto se si considera che un eventuale governo di centrosinistra dovrebbe assumere una posizione unitaria davanti alla Nato, all’Unione europea e agli alleati occidentali.

Conte, del resto, non arretra di un millimetro. “C’è molta ipocrisia, non stiamo mandando neanche più le armi, neppure l’Italia, da un anno. Adesso hanno difficoltà a fare un nuovo decreto”, sostiene, contestando la gestione europea del conflitto. E aggiunge: “Per noi, per me, per il mio Movimento e per tutti coloro che mi fermano per strada porre fine a questa guerra è una priorità”. Un obiettivo certamente condivisibile, ma che non risolve la questione di fondo: a quali condizioni si dovrebbe arrivare alla pace? E soprattutto, come garantire la sicurezza dell’Ucraina senza offrire a Mosca la possibilità di ripetere un’aggressione?

Il passaggio più delicato arriva quando l’ex premier afferma che “dobbiamo anche dire che è stata una follia non rassicurare la Russia sul fatto che l’Ucraina sarebbe stata fuori in prospettiva anche dalla Nato“. Una posizione che apre interrogativi enormi, perché tocca il principio della libertà di scelta delle alleanze da parte di uno Stato sovrano. E che si scontra con le sensibilità atlantiste presenti nel Partito Democratico, soprattutto nella sua componente riformista. Non a caso Lorenzo Guerini ha ribadito proprio nella giornata di ieri la necessità di continuare a sostenere militarmente Kiev, indicando una linea sostanzialmente opposta a quella del presidente pentastellato.

Ed è qui che le contraddizioni del campo largo diventano qualcosa di più di una disputa fra segreterie. Immaginiamo per un momento che la Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e Renzi riescano davvero a conquistare Palazzo Chigi. Cosa succederebbe al primo Consiglio europeo chiamato a decidere nuove sanzioni contro la Russia? Come voterebbe l’Italia su un nuovo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina? Quale posizione assumerebbe davanti a una nuova escalation in Medio Oriente, alle richieste degli Stati Uniti o agli impegni della Nato? Il presidente del Consiglio dovrebbe consultare ogni volta cinque partiti, nella speranza che nessuno minacci di abbandonare la maggioranza? Oppure dovrebbe scegliere una linea, rischiando di far saltare l’esecutivo?

Naturalmente, le differenze tra alleati non sono uno scandalo. Qualsiasi coalizione deve fare i conti con sensibilità diverse e compromessi inevitabili: basti pensare a quello che accade nel centrodestra. Ma esiste una differenza sostanziale tra discutere per costruire una posizione comune e subordinare continuamente la propria partecipazione a nuove condizioni. Nel campo largo, almeno per ora, sembra prevalere la seconda strada. E nemmeno l’obiettivo dichiarato di battere Meloni riesce a nascondere le rivalità sulla leadership, le distanze economiche e le fratture internazionali.

La Schlein continua a rivendicare la propria vocazione “testardamente unitaria”, Conte chiede garanzie, Renzi rivendica il diritto di esserci e Avs pretende un programma riconoscibile. Tutti vogliono governare, ma ciascuno sembra intenzionato a farlo alle proprie condizioni. Il problema è che Palazzo Chigi non è un tavolo di trattative permanenti e la politica estera non può essere gestita a colpi di ultimatum. Perché un conto è trovare l’accordo per organizzare una manifestazione contro il governo, un altro è assumersi la responsabilità delle decisioni che riguardano il futuro del Paese.

La domanda, alla fine, è persino banale: se il campo largo fatica così tanto a mettersi d’accordo quando è all’opposizione, come pensa di riuscirci quando sarà chiamato a governare? Spoiler: non lo sanno nemmeno loro.

Massimo Balsamo, 1° novembre 2026

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