I “giornalisti” italiani stanno ai terroristi di Milano come i giornalisti palestinesi ad Hamas. Per dire che non di giornalisti si tratta ma di propagandisti, provocatori. “Fermi, non toccateli, stiamo filmando tutto”. Non toccateli a gente che ha appena finito di assaltare un negozio, di frantumare vetrine, di scagliare molotov, di appiccare fuochi? Ecco, bravi, filmate: che si sappia che almeno il minimo sindacale di qualche placcaggio viene ancora eseguito, che ancora alla polizia lo Stato non ha tolto l’ultimo diritto di difenderci (fino a quando?).
I titoli dei giornali, dei telegiornali fanno schifo: “Ragazzi”, “studenti”, “minori”, “qualche tafferuglio”, “sono loro le vere vittime”, “massacrati dalla polizia”, quando è l’esatto opposto e in atto c’è una guerriglia feroce al grido “Allah akbar”. I “giornalisti” italiani sono la feccia che copre, che se può ci mette del suo e non si nasconde neppure. “Ascoltare le loro ragioni” e poi i distinguo di schiuma, ipocriti, complici, e di fianco una foto santificata della Lella che sorniona approva, anche lei “distingue” ma di fatto concorda. Evidentemente concorda anche il candido capo dello Stato, visto che ha taciuto fino a poco fa. Ma forse è meglio: avesse parlato a caldo, sarebbe stato capace di scaricare, anche lui, la colpa sulle divise.
“Alle forze dell’ordine e in particolare ai quasi 200 feriti va la solidarietà della comunità nazionale”, ha detto il Presidente della Repubblica intervenendo all’assemblea dell’Unione delle Province italiane. Dopo quanto accaduto, ha aggiunto “occorre un’analisi intelligente e approfondita, e va elaborata un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti, condizione quest’ultima che pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili”.
La verità è che il gioco di questa informazione opportunistica, di questi megafoni del terrorismo è chiarissimo nella sua ambiguità o ambivalenza: minimizzare, dire che “sono solo ragazzini”, che “vanno ascoltati” e contemporaneamente urlare al saccheggio, alla devastazione per colpa del governo; ripetere che la polizia è violenta, fascista, ma subito dire che ce n’è poca, che è inattiva, come incredibilmente fa quell’incredibile sindaco di Milano, il Sala con la faccia da fauno. Ma chi gli succederà sarà, se possibile, ancora peggio.
Cosa vogliono questi giornalisti felloni, questi falsi giornalisti, è presto detto: aspettano o cercano il morto esattamente come il partito comunista, il morto da sfruttare nel solito copione che si ripete fin dagli anni Settanta anche se oggi è peggio e chi ci è passato per quel periodo folle lo sa, è peggio perché allora la teppaglia terroristica era sì diffusa, sì corteggiata, il giornalismo militante abbondantemente fiancheggiatore, ma ancora minoritaria nel Paese, ancora isolabile, controllabile: quando, dopo i bagordi bolognesi del ‘77, dopo Moro un anno dopo, lo Stato decise che era troppo, ci volle poco a disperderli e un po’ perché lo Stato si era deciso a fare la faccia feroce, ad adottare le misure repressive che in democrazia sono inaccettabili ma quando la democrazia è a rischio o compromessa sono l’unica cosa che può riscattarla; e un po’ perché il partito comunista, con la falsa formula del rigorismo, aveva detto basta, aveva mollato le ambiguità per lasciarli alle ruvide cure del generale Dalla Chiesa e degli apparati repressivi di polizia.
In questo caso è più complicato. C’è un partito comunista ancora in grado di sobillare, di praticare la doppiezza strategica, ma non più capace di rimettere i venti di guerra nel vaso; gli possono, a malapena, obbedire quelli dei centri sociali, protetti, finanziati dal partito che in cambio li mette nel parastato, li candida, gli sana le sedi illegali comperandole e regalandogliele, ma il maranzato di conquista è un’altra cosa come la è i fratelli musulmani che pur entrando nelle istituzioni per via elettorale continueranno a rispondere solo alla sharia. Calcolo che il partito comunista forse non ha ben chiaro nella sua demente irresponsabilità.
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Ne deriva uno sbando della informazione organica che soffia sì sul fuoco ma poi mette la mano avanti, anzi indietro, non sa bene che posizione prendere perché dal partito arrivano indicazioni confuse, contraddittorie: si stanno rendendo conto che l’incendio della prateria rischia di essere indomabile, tanto più che chi formalmente manovra le leve del potere appare debole, impreparato o irresoluto. Il partito comunista ci ha consegnato ai nuovi barbari, i suoi esponenti e candidati sindaci li giustificano, fingono di non capire che non sono “studenti” ma potenziali assassini, la coalizione di governo è stordita, i poliziotti finiscono all’ospedale e non nascondono la loro rabbia verso uno Stato dal quale si sentono usati come carne da macello, i cittadini, terrorizzati, non escono più da casa, ed è dubbio che usciranno ancora per andare a votare.
Siamo in guerra, questa è la verità. Attaccano i nostri figli, le nostre cose, minano la possibilità di muoverci, di pregare, di vivere. Nessuno ci difende. Nelle chiese i preti stanno al gioco, predicano la resa al “migrante” con strampalate forzature evangeliche, non uno osserva che è doveroso, è cristiano tutelarsi. Nessuno dice chiaro come stanno le cose e cioè siamo carne empia per primitivi in armi a Milano come a Roma, Bologna, Torino, senza distinzioni tra giunte di sinistra comunista e di destra morbida o annacquata. A Milano il programma è noto: l’islamizzazione totale della metropoli, viatico per l’Italia intera. Se passa Milano, il Paese è preso. E passa, se ad un sabato di conquista segue una domenica di assalti col sindacato comunista che dice: bene così, adesso uno sciopero totale, la paralisi nel segno dell’islamocomunismo.
A forza di consolarci, “gli altri stanno peggio”, ci siamo ridotti come e peggio degli altri e reagiamo ancora meno degli altri. Altro che “le nuove generazioni e un’altra idea di futuro” come farnetica la Concita de Gregorio nelle sue parole senza corpo. E anche lei porterà una parte di responsabilità per ciò che seguirà, perché questo sbando non lo ferma più nessuno e certo non lo fermano i distinguo di schiuma dei Mario Calabresi o le propagande di piazza dei falsi giornalisti collusi con la jihad.
Max Del Papa, 19 ottobre 2026
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