Politico Quotidiano

“TESTARDAMENTE” DIVISI

Divisi su Ucraina, primarie, programmi e leadership. Ma la Schlein non può rompere con i Cinque Stelle: senza Giuseppe, addio sogno di Palazzo Chigi

Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Povera Elly Schlein. Per costringerla a tenere insieme il campo largo non basta la pazienza di Giobbe: servirebbe direttamente un miracolo. Il problema è che i miracoli, almeno in politica, riescono raramente. Soprattutto quando l’alleanza che dovrebbe rappresentare l’alternativa al governo non riesce a stabilire nemmeno se venga prima il programma, il candidato premier oppure la prossima lite.

L’ultima puntata è andata in scena sull’Ucraina. Giuseppe Conte ha annunciato che il Movimento Cinque Stelle non voterà nuovi aiuti militari a Kiev e ha proposto di sciogliere il nodo attraverso le primarie. In sostanza: prima scegliamo il capo, poi vediamo quale politica estera dovrà seguire l’intera coalizione. Un dettaglio da niente, naturalmente. Non stiamo parlando della disposizione dei posti a tavola durante una cena elettorale, ma della collocazione internazionale dell’Italia.

Schlein ha dovuto frenarlo: “Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito”. Traduzione: caro Giuseppe, non puoi vincere ai gazebo e presentarti il giorno successivo con il programma già scritto in tasca.

Fin qui sembrerebbe quasi una reazione autorevole. Poi, però, arriva l’immediata retromarcia: “Ma adesso non perdiamoci in discussioni tra di noi”, ha spiegato la leader dem al Tg3: “Concentriamoci sui fallimenti di questo governo e sulle nostre proposte concrete, come quella che abbiamo firmato tutti sul congedo paritario, per sostenere milioni di famiglie italiane con cinque mesi pagati al 100% per entrambi i genitori”. Sì, concentriamoci sul congedo paritario. Poi se non c’è accordo su niente non importa.

Ed eccola, la tragedia politica di Elly Schlein. È costretta a rimproverare Conte e, nello stesso respiro, a rassicurarlo. Deve spiegargli che “non funziona così”, ma senza dare l’impressione che tra loro qualcosa non funzioni. Deve fermarlo senza romperci, contraddirlo senza sfidarlo, smentirlo senza irritarlo. Perché il capo dei Cinque Stelle può permettersi di giocare allo sfascio. Lei no.

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Conte ha tutto l’interesse a fare le spalle alla segretaria del Pd. Può alzare continuamente il prezzo dell’alleanza, distinguersi, provocare i riformisti dem e presentarsi come il vero interprete dell’opposizione. Se il campo largo salta, potrà sempre accusare il Pd di aver preferito le armi, i tecnocrati o i “poteri forti” all’unità progressista. Se invece il campo largo resta in piedi, potrà tentare di conquistarlo dall’interno. Schlein, al contrario, è prigioniera dell’aritmetica. Senza il Movimento, la strada verso Palazzo Chigi diventa ancora più stretta. Per questo deve ingoiare ogni sparata dell’alleato: dall’Ucraina al riarmo, dalla politica economica fino alla scelta del candidato premier. Conte può tirare la corda perché sa che il Pd non ha il coraggio di spezzarla.

A rendere la scena ancora più comica ci hanno pensato gli altri inquilini della coalizione. Matteo Renzi ha proposto le primarie, ma con “un patto di ferro” che obblighi tutti a sostenere il vincitore. Poi ha ammesso candidamente: “E a chi mi scrive ‘io non condivido le idee di Conte’, rispondo: nemmeno io. Sull’Ucraina non mi pare che siano molto diverse da quelle di Salvini”. Insomma, non condivide Conte, lo paragona a Salvini sulla politica estera, ma è pronto a sostenerlo qualora vincesse i gazebo. Tutto pur di battere Giorgia Meloni.

Nicola Fratoianni ha invece ricordato che “le primarie, o le eventuali primarie, non possono diventare lo strumento che stabilisce il programma. Non siamo mica nel presidenzialismo. Non è che chi vince le primarie stabilisce il programma dell’intera coalizione”. E ha aggiunto: “A settembre vediamoci per fare sintesi, concordare un programma. Di questo questo passo, ci arriviamo dopo le elezioni politiche”.

Almeno su quest’ultimo punto è difficile dargli torto. Il campo largo discute da anni della necessità di trovare una sintesi e ogni volta che prova ad avvicinarsi alla sintesi scopre una nuova ragione per dividersi. Angelo Bonelli ribadisce che vengono prima “i programmi, non le persone”. Conte sostiene che alcuni nodi possano essere risolti eleggendo prima la persona. Renzi vuole scegliere insieme persona e sensibilità politica. Schlein pretende prima il programma, poi le primarie. Non è una coalizione: è una riunione di condominio durante la quale nessuno ha ancora capito quale sia l’ordine del giorno.

Soltanto due giorni prima, Schlein aveva dichiarato: “Siamo testardamente unitari. L’unità del partito è fondamentale anche per l’unità dell’alleanza progressista che stiamo costruendo in tutta Italia per sfidare queste destre”. E aveva precisato: “Non un’alleanza contro di loro, che sono i nostri avversari politici, un’alleanza fatta sulle cose che vogliamo fare insieme”.

Benissimo. Resta soltanto da capire quali siano queste cose. Sull’Ucraina sono divisi. Sul riarmo sono divisi. Sull’energia sono divisi. Sulla politica economica sono divisi. Sul ruolo dell’Europa sono divisi. Non hanno ancora deciso il programma, non hanno scelto il candidato premier e non sono nemmeno d’accordo su come sceglierlo. Ma sono “testardamente unitari”. Testardamente, di sicuro. Unitari un po’ meno.

La verità è che il campo largo non nasce da una visione comune del Paese. Nasce dalla speranza che la somma dei voti sia sufficiente a mandare a casa Meloni. Per questo ogni contraddizione deve essere nascosta, ogni litigio minimizzato e ogni ultimatum di Conte trasformato in un semplice “incidente agostano”. Povera Elly. Deve sorridere mentre il suo principale alleato tenta di sfilarle la leadership, deve parlare di unità mentre tutti discutono e deve fingere che esista già una coalizione quando ancora non esiste neppure un programma. E soprattutto non può permettersi di cacciare Conte dal tavolo: senza di lui rischierebbe di perdere ogni speranza di arrivare a Palazzo Chigi. Il problema è che, continuando così, potrebbe perdere anche con lui.

Massimo Balsamo, 4 agosto 2026

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