La Festa della Repubblica è una presa in giro perché non c’è più una Repubblica italiana ma la si celebra come liturgia del potere autoreferenziale, così che il monarca repubblicano al Colle, identificato con la Repubblica, può permettersi col sorriso gelido da nessuno rimbeccato, l’ennesima provocazione che ha dell’incredibile. Perché è incredibile al limite dell’inaccettabile dire che “l’immigrazione non è un problema” subito dopo una strage immigrata, islamica, che ha innescato un allucinante effetto emulatorio, violenze, attentati, tre aspiranti martiri fermati in successione, tutti giovanissimi, morti ammazzati, un’altra strage, volendo islamica per cultura, di pakistani su pakistani in Calabria.
Ma è bastato attribuirla alle mancanze dei nativi che non integrano, non viziano abbastanza per trasformare i responsabili morali, il Pd, nei vincitori morali. Se poi ci consideriamo, come sostiene Mattarella, europei tra gli europei senza alternativa, allora dobbiamo constatare la caccia all’uomo bianco della polizia nel Regno Unito, dobbiamo tenere conto del delirio parigino dove i maranza per festeggiare la vittoria della locale squadra di maranza distruggono tutto quello che trovano, pisciano sulla statua di Giovanna d’Arco, settecento feriti, trecento arresti, un morto. Dire col sorriso della provocazione, indifferente ma feroce, che siamo di incroci, di migrazioni è mancare di rispetto alla verità storica come alla sensibilità sociale atterrita, sconvolta. Gli italiani colonizzati ed emigrati si comportavano come questi dell’Islam di rapina che mettono a ferro e fuoco il Paese inerte dalle Alpi a Capo Passero? E questa sarebbe la Repubblica da celebrare?
Ma va tutto benissimo, lo ha detto anche la premier che rivendica chissà quali cose egregie, e siccome il potere si celebra con grandi fanfare nelle democrazie formali come nelle dittature reali, non gli mancano i servilismi degli intellettuali e artisti organici. Uno, il Sorrentino della scapigliatura piddina, arriva a dire come sarebbe bello presidente un mondo solo con te e noi guitti a farti da corona, un’altra, la Paola Cortellesi, di rara antipatia come tutte quelle che si credono fortissimamente ciò che non sono, mandata sul palco con un formulario agiografico che sembra un temino da zecca del lisceo sosciopedagoggico con l’intelligenza artificiale. La solita desolante, avvilente sequela di luoghi comuni e di conformismi storici della sinistra semianalfabeta ma pateticamente certa della propria eccellenza.
Smettetela di mettere le mani avanti come per qualunque pastorello della cricca di sinistra, finitela di premettere che Cortellesi “per carità è anche brava”: non vale niente, lei, la sua spocchietta, i suoi filmini propagandistici e i suoi discorsetti megalomani e capziosi. Non è la Repubblica che celebra, è il monarca repubblicano, che senta bene, che approvi col sorriso gelido del potere, e magari ne tenga conto. Uno spettacolo deprimente, che lascia svuotati, disillusi. E giù con le Anselmi partigiana, con le staffette partigiane, con le boiate sesquipedali, “la Costituzione partigiana e antifascista”, ma dove, ma quando? In nessuna parola di nessun articolo la Costituzione democratica è definita partigiana e antifascista. Non è neanche “la casa comune” che dice Mattarella, uno che non esista a forzarla se conviene, “non si invochi la libertà” e tutti chiusi dentro, tutti ricattati con la tecnologia del controllo e la sbirraglia sguinzagliata come in Guatemala, sì che questa Costituzione se mai si è rivelata gabbia, e in ogni caso se è sacra e inviolabile nei suoi precetti, come il divieto di rieleggibilità presidenziale, come si spiega il doppio e chissà triplo mandato del Capo dello Stato in una violazione esibita che a tutti pare sacra e indiscutibile?
Le donne che conquistano il voto, le staffette partigiane annientate dai fascisti, l’emancipazione ancora da perfezionare: va bene, va bene ma che dire, anzi non dire, delle fasciste trucidate a conti fatti? Che, a proposito delle “promesse non ancora mantenute”, oggi delle “nuove italiane” ammazzate se non si piegano, in Italia, nella Repubblica antifascista e partigiana, all’islam che le tiene in immutabile fama di cagne, di schiave? Quando lo facciamo un filmino in bianco e nero, Cortellesi? O non suona bene alle auree orecchie del monarca repubblicano e ai finanziamenti di Stato che tanto vengono sempre decisi, drenati dal Pd? Se questa insignificante ex comica, Repubblica con sprezzo del ridicolo, ossia di se stessa, la definisce “vestale della democrazia, valesse qualcosa in termini culturali, avrebbe potuto ricordarsi di un esempio di donna, di artista, di perseguitata italiana, la nobile Alida Altenburger in arte Valli, istriana, di Pola, dalla vita tormentata, che si negò al Duce e dal Duce venne boicottata, i cui natali ricorrevano poche ore prima, il 31 maggio (del 1921).
Si vede che quelli che le preparano le litanie presidenziali, con l’intelligenza artificiale, quanto a cultura non stanno messi meglio. Insopportabile davvero, con quella faccetta supponente, quei sorrisini sfottenti. La militanza! L’artista organica della repubblica del Piddistan! Vestale della democrazia? Ma va’, se mai del conformismo, dell’opportunismo monetario. La Repubblica italiana lascia il posto a quella islamica e mai avevamo assistito ad una tale violenza censoria e propagandistica da sinistra che non li conta i suoi bersagli e i suoi rinnegati, si chiamino Ruggeri come De Luca, De Gregori, Bennato, qualche coglione se l’è presa pure con Baglioni che ha una polmonite insterziale e ben gli sta, “se non parla di Gaza a che gli serve la voce?”.
Se questa è la democrazia sorvegliata da Mattarella, siamo a posto. Adesso aspettiamoci l’appello della nuova “vestale”, chi non parla per Gaza, cioè non auspica un secondo olocausto degli ebrei, subito appeso a rovescio a piazza Loreto in nome della Repubblica antifà. Non c’è più nessuna Repubblica e non c’è nessuna democrazia, c’è un maranzato rosso e un conformismo rivoltante, un regime servile, grottesco, canagliesco.
Max Del Papa, 3 marzo 2026
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