Cronaca

Scappava dai carabinieri? Ora l’amico di Ramy vuole pure i soldi dallo Stato

L’uomo che guidava il T-Max è accusato di omicidio stradale. I suoi legali annunciano la richiesta di risarcimento

Caso Ramy
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La vicenda giudiziaria sulla morte di Ramy Elgaml si arricchisce di un capitolo destinato a far discutere. Perché Fares Bouzidi, l’amico della vittima che guidava il T-Max inseguito dai carabinieri per circa otto chilometri e che oggi è accusato di omicidio stradale, non punta soltanto al proscioglimento: attraverso i suoi legali si prepara anche a chiedere i danni allo Stato.

Come riferisce Il Giorno, dopo il rinvio dell’udienza preliminare per lo sciopero degli avvocati, il procedimento tornerà davanti al gup di Milano il 6 novembre e poi il 21 dicembre. Alla sbarra, oltre a Bouzidi, ci sono sette carabinieri. Antonio Lenoci, che guidava la gazzella coinvolta nell’incidente, è accusato di omicidio stradale per “eccesso colposo nell’adempimento del dovere” e di lesioni. Gli altri sei militari devono rispondere, a vario titolo, di frode, depistaggio e falsità ideologica.

Ed è proprio qui che arriva il paradosso. Bouzidi era alla guida dello scooter che non si fermò e che venne inseguito dai militari per chilometri. È imputato per la morte dell’amico che viaggiava con lui. Eppure la sua difesa ora annuncia l’intenzione di chiamare in causa il Ministero della Difesa come responsabile civile e di chiedere un risarcimento per quanto accaduto quella notte.

“Noi sosterremo l’ipotesi dell’omicidio volontario”, ha spiegato l’avvocato Marco Romagnoli, che assiste Bouzidi insieme alla collega Debora Piazza. La difesa sostiene che una nuova consulenza avrebbe accertato uno “speronamento” volontario da parte della gazzella. Per questo, ha aggiunto il legale, Bouzidi si costituirà parte civile “sia per le gravi lesioni” sia “per i falsi e per il depistaggio”, sostenendo che “i carabinieri hanno alterato la realtà”. Da qui la richiesta di citare “il Ministero della Difesa come terzo responsabile civile per i danni”, oltre alle compagnie assicurative dei mezzi coinvolti nell’inseguimento.

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La ricostruzione della difesa è radicalmente opposta a quella sostenuta dai legali di Lenoci, che depositeranno una propria consulenza per dimostrare l’assenza di responsabilità del militare. Anche la Procura, pur contestando al carabiniere una condotta colposa, non parla di omicidio volontario. Secondo i pm, Lenoci avrebbe mantenuto “una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga”, tenendo una condotta “sproporzionata” rispetto alla necessità di fermare lo scooter.

Sarà dunque il giudice a stabilire responsabilità e conseguenze di quella notte. Resta però un’immagine difficile da ignorare: un inseguimento partito perché lo scooter non si era fermato ai carabinieri, un conducente oggi imputato per omicidio stradale e, contemporaneamente, la richiesta della sua difesa di ottenere un risarcimento dallo Stato per i danni subiti durante quella stessa fuga. Un cortocircuito giudiziario che promette di diventare uno dei passaggi più controversi del processo.

Massimo Balsamo, 24 settembre 2026

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