Esteri

Prove di sottomissione: gli studenti gender fluid si inchinano ad Allah

All’Università della California, i pro-Pal si uniscono alla preghiera islamica. Anti-occidentalismo e antisemitismo a braccetto nella nuova deriva arcobaleno: morte a Israele e “Queers for Palestine”

La battaglia per i diritti Lgbt si è sempre fermata ai confini dell’islam, lo sappiamo. Ma dallo scoppio della guerra tra Israele e Hamas abbiamo visto sorgere un trend tanto preoccupante quanto idiota: il sostegno di falangi arcobaleno ai terroristi palestinesi. Chi non ha mai incrociato in rete un cartello con scritto “Queers for Palestine”? Per carità, ognuno è libero di fare quello che vuole (in Occidente) ma la contraddittorietà di certe posizioni è visibile ad occhio nudo.

Nelle scorse ore è diventato virale un video che riassume alla perfezione la stupidità di certi integralismi. All’Università della California, occupata da manifestanti pro-Palestina, gli studenti-poliziotti della religione woke – ossia atei, gender fluid e menate varie – si sono uniti alla preghiera dei compagni di religione islamica. C’è un termine che racchiude tutto: sottomissione. Unire la bandiera palestinese ai vessilli Lgbt significa ribadire l’odio per l’Occidente, la vena antisemita ma soprattutto dimenticare la realtà dei fatti, ossia che in Palestina gay,  lesbiche e trans vengono bruciati vivi, decapitati o spinti giù da un edificio.

Disinformazione, mancata consapevolezza, ignoranza. L’odio per Israele è così forte da spingere la galassia Lgbt a sostenere chi vorrebbe vederli morti. Per le strade delle capitali europee vediamo  sfilare gli utili idioti di Hamas, che hanno la possibilità di esprimere le loro folli idee proprio grazie alla democrazia occidentale. A Gaza sarebbe possibile manifestare contro il regime? Sarebbe consentito esporre una bandiera arcobaleno? Un uomo potrebbe baciare un altro uomo senza rischiare la vita? La risposta è semplice: no. Con buona pace dei soloni iper-progressisti.

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In un sondaggio del 2019 condotto dalla BBC, solo il 5% dei palestinesi in Cisgiordania approvava l’omosessualità, il tasso più basso in Medio Oriente e Nord Africa. Senza dimenticare che la legge islamica locale prevede la morte o dieci anni di reclusione per omosessualità. Tante, tantissime le testimonianze di minacce e torture nei confronti degli esponenti della comunità Lgbt. Non c’è da stupirsi dell’ironia sul “Queers for Palestine”, equiparabile al “Chickens for KFC”. Che diavolo di senso ha scrivere su uno striscione che “la liberazione trans non può avvenire senza la liberazione palestinese”? Concorrere al premio per la castroneria dell’anno, poco altro.

La sinistra queer sa argomenti fuorvianti per gonfiare il sostegno alla causa palestinese: in primo luogo, fabbricando un obbligo artificiale verso la liberazione palestinese e, in secondo luogo, minimizzando la gravità dell’omofobia palestinese (e, per estensione, omofobia islamica). Molti fenomeni cercano di esonerare i palestinesi da ogni responsabilità morale per la loro omofobia incolpando il colonialismo occidentale. Per sostenere questa argomentazione, solitamente sottolineano che i divieti legali sull’omosessualità furono introdotti per la prima volta nella regione dagli inglesi nel 1936. Una cretinata palese. Loro possono tranquillamente continuare a pregare con gli islamici, ma gli consigliamo di non mettere piede a Gaza e dintorni: rischierebbero la pelle. Cartello o non cartello.

Massimo Balsamo, 3 maggio 2024

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