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La guerra del gas

Pure il governo lo ammette: per due anni ci serve il gas di Putin

Al via il piano di razionamento del gas. Obiettivo staccarsi da Mosca. Ma non è così semplice

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Sì, certo. Da ieri è iniziato il processo di razionamento del gas con l’obiettivo di staccarsi completamente dalla dipendenza dal gas russo. Il Piano nazionale, pubblicato dal Ministero per la Transizione ecologica, elenca obiettivi e strategie messe in campo per tagliare gran parte dei metri cubi che fino a prima dell’invasione dell’Ucraina importavamo dalla Russia. Tuttavia, dal documento emerge anche un altro dettaglio. Ovvero che per fare a meno del metano di Putin ci vorranno almeno due anni. Sempre che tutto vada liscio come l’olio.

Le mosse del governo

Partiamo intanto dai dati. Prima della guerra, il gas russo copriva il 40% del fabbisogno nazionale di gas con cui accendiamo gli altiforni delle industrie e produciamo energia elettrica. Parliamo di 29 miliardi di metri cubi su un totale di 76 miliardi annui consumati. Per sostituirli, il governo ha messo in campo alcune strategie.

1) Ha riempito gli stoccaggi a più non posso, nella speranza di superare senza drammi l’inverno ormai alle porte;

2) Ha siglato un accordo per il graduale aumento delle forniture di gas dall’Algeria, che consentirà di sfruttare al massimo le attuali capacità disponibili di trasporto del gasdotto che approda in Sicilia, fornendo volumi crescenti di gas già a partire dal 2022.

3) Ha aumentato nel breve termine le importazioni dal gasdotto TAP, la cui società ha inoltre avviato le interlocuzioni per realizzare il raddoppio della capacità di trasporto, che non necessita di interventi tecnici sul tratto italiano del gasdotto.

4) Si è attivato per garantire approvvigionamenti di GNL da nuove rotte, in particolare: sino a 3,5 miliardi di Smc dall’Egitto, sino a 1,4 miliardi di Smc dal Qatar, sino a 4,6 miliardi di Smc progressivamente dal Congo, e circa 3,0-3,5 miliardi di Smc da forniture in fase di negoziazione da atri Paesi quali Angola, Nigeria, Mozambico, Indonesia e Libia.

5) Ha avviato la costruzione di due rigassificatori galleggianti, uno a Piombino – che tante proteste ha sollevato – e l’altro a Ravenna. Uno si spera possa entrare in azione nei primi mesi del 2023, l’altro nel 2024. “Questo – si legge nel documento – è fondamentale soprattutto per poter affrontare l’inverno 2023 – 2024, considerato che con molta probabilità gli stoccaggi saranno pienamente utilizzati nella stagione invernale 2022-2023 e dunque occorrerà ricostituire adeguatamente le riserve”.

6) Ha avviato le pratiche per un aumento, fino ad un raddoppio, della capacità di produzione nazionale di gas nell’Adriatico, oggi intorno a 3 miliardi di Smc. Sarà necessario ovviamente ripartire con le trivellazioni.

7) Intende aumentare la produzione di energia elettrica rinnovabile e di gas rinnovabili (biometano e idrogeno).

8) Vuole sviluppare le fonti rinnovabili per ridurre in modo strutturale la domanda di gas (nella misura di circa 2 miliardi di Smc ogni 10 TW circa installati) oltre che le emissioni di CO2.

Quando saremo indipendenti?

Bene. Ma ci basterà per staccarci dalla dipendenza dal gas di Mosca? Sì, ma non nell’immediato. Il Piano di Cingolani prevede infatti che “l’insieme delle misure di diversificazione sopra descritte consentirà nel medio termine (a partire dalla seconda metà del 2024) di ridimensionare drasticamente la dipendenza dal gas russo, e comunque di ridurre l’uso del gas in generale”. Per una minore dipendenza bisognerà invece aspettare almeno 2-3 anni. Solo “entro il 2025” infatti saremo in grado di “sostituire i circa 30 miliardi di metri cubi di gas russo con circa 25 miliardi di metri cubi di gas di diversa provenienza, colmando la differenza con fonti rinnovabili e con politiche di efficienza energetica”.

Il tutto, ovviamente, sempre che nulla si inceppi. Sempre che dall’Africa arrivino i quantitativi di gas richiesti. Sempre che non ci siano problemi sul mercato. Sempre che il prezzo non cresca troppo. Sempre che i razionamenti funzionino a dovere. Anche perché gli stoccaggi realizzati quest’anno riusciranno (se tutto va bene) a farci superare questo inverno (al momento, coprono solo il 20% del fabbisogno annuo nazionale) ma per il prossimo inverno dovremo comunque ricostituirli. E lo faremo (anche) con il gas dello Zar.

Cosa farà la Russia

In fondo si tratta di una scommessa. Scommessa che la Russia sta facendo nell’altro senso. Secondo il Cremlino infatti è “altamente improbabile” che l’Europa possa dire addio al gas di Putin “entro il 2027”. Per il ministro russo dell’Energia, Nikolay Shulginov l’Ue “non può praticamente rivolgersi a nessuno, eccetto gli Usa, che stanno aumentando la produzione di gas naturale liquefatto”. Tutto si capirà il prossimo inverno, dice Mosca. “Sarebbe una vita completamente nuova per gli europei – ha aggiunto Shulginov – Penso che la cosa più probabile sia che non abbandoneranno” il gas russo “dal momento che è abbastanza insostenibile per loro”.