Esteri

Putin, tutti i numeri della disfatta

La guerra portata avanti dalla Russia fa acqua da tutte le parti, il fallimento dello Zar e la crisi interna

Vladimir Putin e la guerra Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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C’è un numero che il Cremlino non metterà sulle veline che la Zakarhova diffonde alla stampa amica nazionale ed internazionale: 1,01. Tanti sono i chilometri quadrati che l’armata russa ha conquistato in media, ogni giorno, nel giugno del 2026. Un fazzoletto di terra, la misura esatta di un impero che ha scambiato la propria gioventù per il nulla, e che continua a farlo con la coazione a ripetere di chi non sa più fermarsi.

Il ritmo che inchioda il Cremlino

L’offensiva di primavera-estate, annunciata come la spallata risolutiva, si è risolta in un’anticlimax grottesco. A giugno 2026 le forze russe hanno inghiottito 30,42 km² in tutto: 1,01 km² al giorno. Nello stesso mese del 2025 ne conquistavano 481, avanzando a 16,04 km² quotidiani. Nel primo semestre di quest’anno hanno occupato appena il 28,43% del territorio strappato nei primi sei mesi del 2025. Non un rallentamento: un’implosione. E qui la parola “offensiva” diventa guscio semantico svuotato di ogni sostanza.

Il macello e la matematica

Dietro quel fazzoletto di terra c’è il tributo di sangue. Solo a giugno lo Stato Maggiore ucraino conta 39.490 perdite russe: significa circa 1.298 uomini per ogni singolo chilometro quadrato conquistato. Il rapporto di attrito, che per gran parte del conflitto oscillava tra 2 e 3 a 1, è schizzato a quasi 8 a 1 nel primo semestre 2026, complice l’egemonia ucraina nella guerra dei droni. Il dato dirimente, però, è un altro: per la prima volta dall’inizio dell’invasione la Russia perde più soldati di quanti ne riesca a reclutare. Oltre 30mila perdite mensili contro circa 27mila arruolati. La clessidra demografica si è capovolta, e Mosca non ha modo di rovesciarla.

15 scadenze, un fallimento

Quindici scadenze fissate dal Cremlino per la conquista del Donetsk, dal 2022 a oggi. Tutte disattese. L’ultima, il 31 dicembre 2026, è già archiviata come velleitaria: mancano circa 5.305 km² e, all’attuale ritmo, servirebbero anni. L’ISW è lapidario: gli obiettivi temporali del Cremlino sono scollegati dalla realtà del campo, e Putin coltiverebbe una percezione distorta dei propri successi, foraggiato da un apparato che gli rappresenta la geometria del fronte in modo mendace. Il paradosso, degno di un teatro dell’assurdo: mentre non riesce a espugnare un solo oblast in quattro anni e mezzo, Putin avrebbe ordinato ai suoi generali di pianificare la presa di Kiev. L’albagia che sfida l’aritmetica.

La Crimea che si svuota

Il gioiello del 2014 è diventato una trappola. Il governatore fantoccio Aksyonov ha proclamato lo stato di emergenza: rete energetica in ginocchio, blackout, razionamento del carburante, penuria idrica. Sul ponte di Kerch, unico cordone ombelicale rimasto con la madrepatria, oltre 2mila veicoli in coda per ore. Ma la direzione è quella dell’esodo, non del rientro: fuggono turisti, residenti, personale della Flotta del Mar Nero, amministratori dell’occupazione. Kiev ha teorizzato la strategia con freddezza chirurgica: trasformare la penisola “da penisola in isola”, recidendo ogni via di rifornimento. La sta realizzando. E le carenze si propagano già al fronte meridionale, dove le forze ucraine sono avanzate nel settore occidentale di Zaporizhzhia.

Il fronte interno che scricchiola

La guerra è tornata a casa. Con 303 attacchi ucraini a medio raggio nel solo giugno (erano 210 a maggio), i droni hanno menomato circa il 20% della capacità di raffinazione russa. Dalla metà di giugno la Russia vive una crisi del carburante che Putin, per la prima volta, ha dovuto ammettere pubblicamente, derubricandola a “deficit temporaneo” con quel mellifluo understatement che tradisce il nervosismo. Persino il consenso, monolite intoccabile, ha ceduto: il gradimento presidenziale, secondo i sondaggi filo-Cremlino, è sceso dal 74 al 69%. Poca cosa in assoluto, molto in un sistema che vive di plebisciti bulgari.

In quattro anni e mezzo Putin ha immolato quasi un milione e mezzo di perdite tra i suoi soldati, dissanguato l’apparato militare-industriale che pretendeva di esibire, piegato l’economia, trasformato la Russia nel Paese più sanzionato del pianeta e corroso la propria proiezione di potenza: nel vicinato (Armenia, Azerbaigian, Asia centrale, Moldavia), nella regione (la Siria perduta, l’Iran decapitato) e sullo scacchiere globale (il Venezuela). Tutto questo per un guadagno territoriale che, a questo ritmo, un cartografo misurerebbe con la lente d’ingrandimento. Non è una vittoria rimandata. È una disfatta camuffata da pazienza strategica.

Quando gli storici, tra qualche decennio, si chineranno sulla guerra scatenata da Putin, tireranno le somme di uno dei tentativi più fallimentari nella storia dell’umanità: per quantità di risorse umane e materiali immolate sull’altare di un’ossessione imperiale, a fronte di un risultato irrisorio. Napoleone e Hitler, almeno, arrivarono a Mosca prima di sfracellarsi. Putin, che a Mosca già ci sta, non è riuscito nemmeno a completare un oblast. La Storia, che è adusta e non concede sconti, ha già cominciato a scrivere il verdetto. E non sarà anagogico: sarà contabile.

Giulio Galetti, 5 luglio 2026

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