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La crisi dei metalli

Quale sarà la prossima emergenza (e cosa c’entra la Cina)

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Non solo gas e petrolio, anche il rame comincia a destare notevoli preoccupazioni nel mondo del libero mercato. I più green non ci crederanno, ma la causa di queste tensioni risulta essere proprio la transizione ecologica.

Andiamo con ordine. Dall’inizio del 2022, il prezzo del rame è diminuito del 30 per cento e la principale indiziata risulta essere la Cina, le cui scorte, in particolare, sono diminuite sotto la soglia delle 100mila tonnellate. Ciò che preoccupa maggiormente i compratori risulta essere lo squilibrio esistente tra la domanda ed il rame attualmente disponibile, a livelli estremamente bassi nei magazzini. Questo a causa di un fattore che molti eco-ambientalisti tendono a sottovalutare: l’utilizzo decisivo dei metalli in un’ottica di politica fatta di risorse rinnovabili, con l’obiettivo di contrastare i cambiamenti climatici.

Se una riduzione dei prezzi potrebbe giovare al consumatore – soprattutto in periodo di inflazione al 12 per cento e di crisi energetica – stessa cosa non si può dire per gli investitori, che nella paura della recessione hanno dovuto far fronte ad un arretramento. E non è un caso che Freeport-McMoRan Inc., il più grande fornitore mondiale di rame quotato in borsa, abbia avvertito, già da qualche mese, come i prezzi siano insufficienti per sostenere nuovi ulteriori investimenti.

A ciò, si aggiunge un duplice rischio da non dover essere sottovalutato, che agisce come arma a doppio taglio. Da una parte, la costante minore disponibilità dei metalli rischia di implodere in una vera e propria crisi globale. Gli Usa, per esempio, per attuare gli obiettivi green prefissati per il 2027, dovranno utilizzare una quantità di rame pari ad un milione di tonnellate in più rispetto a quello utilizzato oggi, a fronte dei circa 20 milioni di tonnellate di consumo globale.

Dall’altra, però, viene ufficialmente sfatato il mito e la narrazione, secondo cui la transizione green avrebbe “impatto zero”. Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, ha spiegato lucidamente come il nostro pianeta non disponga di “terra sufficiente per perseguire il target di emissioni”. La causa è dovuta proprio a “enormi costi ambientali legati alla diffusione in massa delle auto elettriche”.

Torlizzi, per esporre la sua tesi, cita anche lo studio del Proceedings of the National Academy of Sciences, il quale identifica nella transizione gretina una minaccia da non poter essere sottovalutata: “Come se le foreste pluviali del mondo non avessero abbastanza problemi da affrontare, anche il passaggio all’energia a zero emissioni minaccia di livellarle“. E ancora: “Con la conferenza sul clima Cop27, nella località egiziana di Sharm El Sheikh, si prevede che si aumenterà l’attenzione sui bisogni climatici dei paesi in via di sviluppo, ciò ha sollevato preoccupazioni sul fatto che non ci sia abbastanza terra per gestire l’allontanamento dai combustibili fossili”.

Insomma, il rischio di lungo termine è quello di un enorme deficit del metallo rosso, generando una penuria tale da non poter far fronte alle esigenze produttive e al catechismo ambientale di certa sinistra progressista e radical. Secondo Goldman Sachs, fra poco meno di vent’anni, il nostro pianeta avrebbe una carenza di rame pari a 10 milioni di tonnellate; mentre i minatori dovranno spendere circa 150 miliardi di dollari per risolvere un deficit di 8 milioni di tonnellate. Si tenga conto che, ad oggi, tale deficit ammonta a poco più di 400mila tonnellate, venti volte meno rispetto a quanto prefigurato. L’Occidente avrà gli anticorpi necessari per far fronte a tutto ciò?

Matteo Milanesi, 31 ottobre 2022