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La crisi del gas

Crisi del gas, il nuovo fronte: così la Russia sfugge alle sanzioni

Putin ha concluso un nuovo accordo sul metano con il regime iraniano. Nel frattempo, Orban attacca i vertici di Bruxelles

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Continua la battaglia sul lato delle sanzioni tra Unione Europea e Russia. Dopo l’ultimo vertice di Bruxelles, in cui i 27 Paesi hanno dato il via libera per lo stanziamento di 40 miliardi di fondi europei, inutilizzati nell’arco temporale dal 2014 al 2020; Vladimir Putin continua nella sua ricerca di nuovi partner strategici sul lato del commercio di gas. Dopo l’espansione di Mosca all’interno del mercato cinese, formato da oltre un miliardo di individui, ora è la volta dell’Iran.

Come riportato da alcuni media internazionali, infatti, i due Paesi hanno firmato un contratto per esportare quaranta turbine di metano verso Mosca. La conferma è arrivata anche dall’agenzia di stampa Shana, affiliata al ministero del petrolio iraniano, la quale pochi mesi fa aveva certificato un altro scambio commerciale tra i due Stati: lo stanziamento russo di oltre quaranta miliardi di dollari proprio all’interno dell’industria petrolifera iraniana.

Negli ultimi anni, Mosca e Teheran hanno fortemente saldato i propri rapporti commerciali. A partire da luglio scorso, la banca centrale iraniana ha dato il via libera al nuovo rial-rublo, la valuta dei due Paesi, volta a rafforzare le posizioni all’interno del mercato valutario integrato, causa le pesanti sanzioni a cui sono sottoposte entrambe le economie. A ciò, ricordiamo, si aggiunge anche l’inizio della stesura di un documento, volto a certificare i punti cruciali su cui si articolerà la “relazione bilaterale tra i due Paesi”, come confermato dal ministro degli Esteri russo Lavrov.

Non è lasciato al caso neanche l’aiuto militare che, recentemente, l’Iran ha garantito all’esercito russo in Ucraina. Pochi giorni fa, infatti, Kiev è stata attaccata da ventotto droni kamikaze provenienti da Teheran, oltre a nuovi missili (rispettivamente Zolfaghar e Shahed-136) che il regime ha offerto a Putin, causa carenza di munizioni dell’invasore. Il portavoce del ministero degli Esteri, Nasser Kaanani, continua a smentire le voci circa un presunto sostegno, ma Zelensky attacca e rimarca la volontà di Teheran di “non rimanere neutrale nel conflitto”.

È anche vero che, in caso di supporto militare diretto, Putin godrebbe non solo di un terzo alleato, dopo la Bielorussia di Lukashenko, ma avrebbe garantito l’armamentario del più grande produttore di missili balistici del Medio Oriente, ben più della stessa Israele, fermamente opposta al progetto del nucleare di Teheran.

Il dato centrale, però, rimane il punto di domanda sulle misure adottate dall’Ue contro Mosca. Il nostro continente, infatti, continua ad applicare sanzioni nei confronti di uno Stato che non solo riesce a saldare nuove alleanze strategiche, ma che, grazie a Gazprom, ha visto aumentare la propria bilancia commerciale rispetto a prima della guerra in Ucraina. Dati che dovrebbero far quantomeno riflettere i vertici dell’Unione Europea. A ciò, si aggiunge la mossa dell’ultimo secondo della Cina, la quale ha bloccato le esportazioni di gas in Asia ed Europa, per far fronte alle proprie esigenze interne.

Insomma, la battaglia energetica non pare essere ancora vinta. Anzi, il rischio che i problemi possano ulteriormente accrescersi, soprattutto in termini inflattivi, diventa sempre più concreto e reale. E la voce di Orban si fa sempre più rimbombante: “Con le sanzioni alla Russia, l’Ue spara all’Ungheria“, ha affermato poche ore fa il presidente dello Stato membro Ue. Per di più, Mosca si starebbe organizzando per trasferire il greggio da una petroliera all’altra direttamente in mare, in modo da aggirare le sanzioni che impediscono alle navi di rifornirsi presso i porti russi. Un altro smacco per la stessa Ungheria, la quale dipende per più dell’80 per cento dalle riserve del Cremlino; ma anche per Bruxelles, che rischia di applicare sanzioni più gravi per il sanzionatore, che per il sanzionato.

Matteo Milanesi, 24 ottobre 2022