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Quei 5 editti di Draghi - Seconda parte

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Ma la lettera di Trichet e Draghi non parlava solo di pensioni. L’elenco delle sollecitazioni rimaste per dieci anni – ancora oggi – sulla carta, non è breve. Ci limitiamo a cinque punti (potrebbero essere di più). Cinque spine che segnano una differenza – lunga dieci anni – tra il Draghi alla Bce e il Draghi a Palazzo Chigi.

1. “È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali”. Guardiamo all’Ama di Roma o alla permanenza degli ordini professionali: sarebbe utile capire se dopo dieci anni Draghi ha cambiato idea.

2. “Riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione”. Sul tema il Governo può fare solo una moral suasion, ma non sembra che questa sia la strada suggerita, vista la regolare suggestione alla concertazione.

3. Si richiedeva “un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi”. L’urgenza è ribadita dal Governo, che nella pratica latita. E rinvia, da mesi.

4. “Il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi”. Il tema è spinoso, ma la riduzione della spesa pubblica, per Draghi (e Trichet) dieci anni fa metteva in conto anche la riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici.

5. “Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione)”. Il suggerimento è autorevole e condivisibile. Peccato che nella recentissima e improbabile riforma della Giustizia non ci sia traccia di indicatori di performance. E non risulta che se ne stiano pensando di simili nella scuola.

Il rimbalzo del Pil verso una crescita del 6% suggerisce di non disturbare il manovratore, ma non esime da ricordare qualche punto di programma inevaso e una leggerezza eccessiva in termini di spending review.

Antonio Mastrapasqua, 10 agosto 2021