Ieri in Scozia è andato in scena il meeting-duello tra Donald Trump e Ursula Von Der Leyen per siglare definitivamente l’accordo tra Usa e Ue sui dazi. La telenovela economica si è conclusa con un dazio uniforme del 15% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. Bruxelles puntava a un tetto massimo del 10%, ma ha dovuto cedere sotto la minaccia americana di salire fino al 30%. Acciaio e alluminio restano colpiti da un dazio del 50%. Alcuni settori strategici (aerospazio, semiconduttori, chimica) saranno esentati. In cambio però l’Ue si impegna ad acquistare 750 miliardi di dollari in energia statunitense e ad investire altri 600 miliardi in territorio USA. Da parte europea, è pertanto difficile non percepire una certa resa: un accordo che evita il peggio, ma al prezzo di accettare una bilancia commerciale fortemente sbilanciata.
Il risultato è così lampante da non lasciare spazio a nessuna giustificazione: Ursula Von Der Leyen ha fallito. E basta guardare la foto della stretta di mano, con Donald proteso verso Ursula e lei molto più arroccata su una postura difensiva, tipica di chi sa di aver chiuso un accordo che ha più il tanfo di una resa che di un “do ut des”. Chiaramente addossare a lei tutta la colpa della genuflessione verso gli americani sarebbe ingeneroso, così come sarebbe ridicolo e fazioso accusare Trump per aver portato acqua al proprio mulino. Gli USA non sono (più) una onlus, il tycoon l’ha ribadito più volte e lo sta dimostrando, a suon di dazi e a suon di voce grossa sulla NATO.
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La strada del vittimismo è un’ipotesi allettante da percorrere, ma sarebbe solo una condanna: se è di primaria importanza mantenere un legame prioritario con gli Usa, garantendo così la salda alleanza del mondo libero, è ormai altrettanto evidente che l’Unione Europea deve muoversi in fretta nello sviluppo di asset che possano tutelare la sua posizione negoziale.
Se Trump è odiato da una discreta parte degli europei perché è assai rude e folkloristico (e anche perché gli anni di Obama hanno convinto che la Politica si fa solo con i sorrisini falsi), bisogna rendergli il merito di aver portato a casa accordi utilissimi per la sua Nazione. Di contro, se Von Der Leyen è amata (da sempre meno persone) è forse perché incarna fedelmente tutto il fumo ideologico e la fosforescente inconsistenza che l’Europa è ormai diventata. Un continente che pensa ai tappi attaccati le bottiglie mentre il resto del mondo battaglia sullo sviluppo dell’IA.
Dietro ogni presunto successo di facciata che le istituzioni europee portano a casa si cela quasi sempre una smutandata di proporzioni bibliche per i cittadini del continente. Succede in ambito internazionale e succede anche per quanto concerne le politiche interne: dalla costosissima transizione green alla burocrazia che viene vista dall’opinione pubblica come un carrozzone dai dubbi benefici.
L’accordo di ieri è una dimostrazione semplicissima di un principio alla base della geopolitica e della diplomazia: i contratti li scrive chi è forte; chi è più debole o firma o… firma. E questa Europa, nonostante la megalomania dei suoi protagonisti, è davvero poca roba. Urge svegliarsi.
Alessandro Bonelli, 29 luglio 2025
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