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Quello che non ci dicono sulla violenza contro le donne

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Questa volta comincio in prima persona, nella pretesa, nella illusione di rappresentare anche altri. Sono un uomo, sono un maschio e continuo a considerare la donna “mistero senza fine bello”. Però sono anche esasperato: no, signore e signori, non siamo tutti così, non siamo tutti come questo Alberto Genovese che adesso frigna e pretende indulgenza per le sue mostruosità: “Sono un drogato ma resto una buona persona, voi dovete curarmi”. Ma sì, lo manderanno dal solito don Mazzi e saranno tutti contenti.

Revenge porn, atto criminale

E poi la piaga del revenge porn, che di revenge non ha un accidente, è se mai scum porn, carognata: non esiste verme peggiore di chi dà in pasto al mondo un momento di totale affidamento che la compagna ha riservato, come un pegno d’amore. Ma quale vendetta, la vendetta la meritano questi vigliacchi, che non sono uomini. Che non sono come noi. Perché, signore e signori, non siamo tutti così. Non abbiamo mai alzato l’ombra di uno sguardo storto, e mai ci permetteremmo, su una donna. Non ci verrebbe mai in mente di rivelare un momento di estasi che è solo nostro: di noi due. Perché quella donna è troppo magica, troppo importante per noi. Perché sentiamo di doverla, di volerla proteggere. Perché se ci sentiamo amare, è tutto quello che un uomo può sperare. Perché siamo qui per sostenere e per esserci, sempre, con tutti i nostri limiti. Becero è il luogo comune, “le donne sono tutte puttane”, ma perché dovremmo accettare l’altro, speculare, i maschi tutti cinghiali, tutti potenziali stupratori e, come usa dire, femminicidi? Perché dobbiamo sempre più difenderci dall’accusa di essere uomini?

Le ragioni pregresse, intendiamoci, non mancano, la società è storicamente patriarcale, i codici punivano il solo adulterio femminile fino a ieri, un certo pregiudizio, marcato, pesante, insiste ancora oggi. Ma possiamo davvero considerare la società di oggi, incasinata, plurietnica, multireligiosa, dissociata, come quella contadina e presociale di sessant’anni fa? Regge ancora la lettura di un contesto dove gli uomini e solo gli uomini sono, a prescindere, predatori spietati? Le ragioni, ancora, non mancano, di aggressioni, di femminicidi troppi e anche uno solo è troppo; andateci, in un pronto soccorso una notte disgraziata qualsiasi: vedrete tante, troppe donne peste, confuse, umiliate, le vedrete mentire, esitare, e tutti sanno cosa è appena successo. Andateci in un’aula di tribunale, magari da cronisti giudiziari, come per 20 anni il sottoscritto, a constatare che l’etica, facendosi giudiziaria, spessissimo complica la vita a chi già è stata abusata.

Dati Istat

Da fare, da combattere questa plaga di vergogna e di violenza ne resta, sempre, comunque: i numeri forniti dall’Istat oggi, Giornata contro la violenza sulle donne, sono agghiaccianti: “una donna su tre ha subito qualche forma di violenza nel corso della sua vita, specialmente in famiglia. In Italia, circa 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni hanno subito violenza fisica (20,2%) o sessuale (21%), dalle molestie al tentativo di omicidio o stupro (5,4%). Gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente partner o ex partner (62,7%). Gli sconosciuti commettono in gran parte molestie sessuali (76,8%). I dati disponibili sottostimano la portata del fenomeno: in base a quanto riportato dall’Istat, solo il 12% delle violenze viene denunciato”.

Ma i numeri, presi così, ricordano un po’ quelli dei morti di Covid, che inghiottono tutto e non giovano alla diagnosi più che alla prognosi. Mettere nel conto “qualche forma di violenza nel corso della sua vita” implica ormai anche una parola sbagliata, una risposta infelice nel corso di una lite comune o di una vita domestica disgraziata e questa lettura sembra non trovare più argine, siamo allo stupro percepito, vale a dire se io mi sento violentata, a qualsiasi titolo, in qualunque modo, allora è violenza e senza discussioni. Siamo al punto, ed è cronaca quotidiana, che perfino un complimento, per quanto maldestro, può venire interpretato come assalto: non può reggere così, si diventa sempre più alieni, specie diverse condannate a odiarsi. E noi maschietti siamo, francamente, terrorizzati, perché non abbiamo più certezze, solo confusione in cui orientarci. Tutti i codici saltati.

Femminismo progressista

La stessa narrazione della violenza familiare andrebbe sottoposta a radiografia: quando c’è di mezzo un bruto italiano si spara dritto, si traggono conclusioni definitive, ci si indigna, se invece accade in un nucleo esotico o multietnico si tira via, si glissa, si cercano circonlocuzioni, “cittadino di un altro paese ma da 30 anni in Italia”. Vietato soffermarsi su culture che non vanno tanto per il sottile quanto a rispetto per le donne: le ragioni del femminismo lasciano il posto a quelle del comprensionismo etnico, l’agenda progressista non prevede eccezioni ed è pronta a fulminare ogni dissenso. E vogliamo anche parlare, una volta di più, dello sbilanciamento fazioso per cui se a venire attaccata è una qualsiasi donna di potere di destra, si chiami Mussolini, Ravetto, Meloni o la povera Jole Santelli, la reazione di genere è pressoché nulla, quando non complice con l’aggressore?

Che valore reale può avere, inoltre, un rilievo per cui il Covid, più esattamente il lockdown con le sue alienazioni indotte, avrebbe provocato un aumento della casistica, secondo i seguenti dati sempre dall’Istat: “i reati riconducibili alla violenza di genere nel periodo compreso tra gennaio e giugno 2020, confrontato con l’analogo periodo dell’anno precedente. Gli omicidi volontari sono in calo del 19% rispetto all’anno scorso (da 161 a 131). Aumentano però le vittime di sesso femminile (da 56 a 59): se nel gennaio-giugno 2019 costituivano il 35% degli omicidi, nel 2020 l’incidenza si attesta al 45%. Stesso trend per quanto riguarda gli omicidi in ambito familiare/affettivo, che seppur in diminuzione rispetto all’anno scorso (da 73 a 69) presentano un aumento dell’incidenza sul totale (da 45% a 53%). Anche in quest’ambito le vittime di sesso femminile sono in incremento (da 45 a 53), facendo aumentare l’incidenza sul totale (dal 62% al 77%). Crescono, infine, gli omicidi commessi da partner o ex partner (da 32 a 36)”.

L’uso della vittima

È una messe di cifre, di percentuali che dicono di tutto per dir niente, che girano intorno ad un concetto sulla soglia del banale: sopportarsi 24 ore al giorno scatena insofferenza, alimenta follia. Ce la caviamo così? Certo che no, ma è fondamentale cogliere l’esatta incidenza di una emergenza, senza cedere alla retorica della statistica, in sé umiliante, per cui i casi di omicidio su donne finiscono in un contatore sterile, coi numeri che ogni giorno girano e niente cambia. E la retorica serve a poco, non incide sui criminali, non li sfiora neppure.