Cronaca

Questi sanno di farla franca

Il caso del gambiano a Milano è solo l'ultimo di una lunga lista. Il problema è che le seconde generazioni hanno interiorizzato un senso di impunità

Gambiano Milano
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L’accoltellamento di qualche giorno fa in zona San Siro, a Milano, è solo l’ultimo episodio di una lunga serie che va ben oltre dei banali fatti di sangue. Un 22enne di origine gambiana, nato e cresciuto in Italia, ha inferto venti fendenti a un 55enne che neanche conosceva fuori da un bar. Il particolare più agghiacciante non è la brutalità dell’atto ma ciò che Lamin Saidilly, l’autore dell’aggressione, ha avuto il coraggio di dichiarare subito dopo, con freddezza e senza alcun turbamento (anche se ora dice di non ricordare): “Mi sono divertito, appena esco lo rifaccio”.

Sia chiaro: gli inquirenti hanno già spiegato che il giovane non presenta alcun disagio psichico ed ha agito mentre era pienamente capace di intendere e di volere. Ha accoltellato con lucidità un uomo, colpevole di fare colazione con il padre quasi ottantennee ha persino espresso il desiderio di ripetere l’esperienza.

Questa frase è la prova più evidente del senso di impunità che certe fasce della popolazione (prevalentemente i maranza o, più in generale, i migranti di seconda generazione) hanno interiorizzato. E Saidilly a quanto pare non è nemmeno nuovo a questo genere di violenze. Nel 2023, a Leeds, fuori da un pub, avrebbe già accoltellato un altro uomo. È stato arrestato, poi è stato rimesso in circolazione ed è rientrato in Italia in serenità, senza che nessuno battesse ciglio. Il sistema occidentale, quello in cui è nato, evidentemente non gli ha trasmesso il messaggio che certi reati comportano conseguenze definitive e irreversibili.

E così si arriva a un paio di settimane fa, a un ragazzo già violento in passato e che per dieci giorni scompare da casa senza che i genitori allertino le autorità. Dopo ben dieci giorni in cui si è reso irrintracciabile, Lamine si trova a Milano e cede di nuovo alla furia della violenza. Nessuno dei suoi familiari si è posto il problema di dove fosse. Un vuoto educativo e affettivo che racconta, più di mille analisi sociologiche, il fallimento di un’integrazione che troppo spesso si è limitata a chiedere e pretendere diritti e nulla più.

Chiaramente, puntale come l’INPS, abbiamo anche il commento e del Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, che ha liquidato la vicenda come “l’azione di un pazzo”. Una derubricazione frettolosa e troppo semplicistica. Chiamare pazzo chi dichiara con lucidità di aver provato piacere nel tentativo di uccidere e di volerlo rifare significa rifiutarsi di vedere il problema reale. Cercare di celare che questo senso di impunità non nasce dal nulla ma è il prodotto di anni di politiche migratorie permissive, di un sistema penale che spesso preferisce trovare giustificazioni anziché educare, di espulsioni raramente eseguite e di una narrazione pubblica che, per paura di apparire razzista ha evitato di chiamare le cose con il proprio nome.

Ma le vittime sono stanche di queste minimizzazioni spicciole. I cittadini meritano che lo Stato affermi che l’Italia non è una landa desolata e indifesa per chi vuole divertirsi con un coltello e che chi nasce o cresce qui ha il dovere di rispettare le regole del Paese che lo ospita. Senza questa chiarezza e senza rimboccarsi le maniche, la statistica ci assicura che mancano pochissimi giorni al prossimo “mi sono divertito”.

Alessandro Bonelli, 8 luglio 2026

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