Il dibattito sul caso Ranucci è rovente. L’attentato, la bomba, le ipotesi e le ultimissime novità dalle indagini che chiamano in causa Valter Lavitola. La cronaca è nota. Ma c’è un dettaglio che, nel grande circo dell’indignazione a comando, meriterebbe almeno una domanda semplice semplice: Elly Schlein, adesso, non dovrebbe dire qualcosa?
Ricordate la scena. Ottobre 2025, congresso del Pse ad Amsterdam. La notizia dell’attentato contro il volto di Report era appena esplosa nel dibattito pubblico e la segretaria del Pd non ebbe bisogno di aspettare un verbale, una pista investigativa, un indizio solido. Partì subito il processo politico: “La democrazia è a rischio”, “la libertà di espressione è a rischio”, e naturalmente la cornice era sempre quella: “Quando l’estrema destra è al governo”. E ancora: “Ciò che fanno è alimentare un clima di divisione, polarizzazione e odio. E noi ne paghiamo le conseguenze ogni giorno”.
Ora però il quadro giudiziario ha preso una piega diversa e parecchio scomoda per chi aveva già scritto il titolo prima ancora che parlassero gli investigatori. Lavitola, imprenditore ed ex giornalista, è indagato come presunto mandante dell’attentato a Ranucci. Gli viene contestato anche il reato di strage, ed è stato perquisito dai carabinieri su disposizione della Dda di Roma. Attenzione: qui nessuno fa il pm, nessuno emette sentenze, nessuno sostituisce le aule di giustizia con il tribunale dei talk show. Lavitola è indagato, non condannato. Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più interessante: se bisognava essere prudenti oggi, perché non bisognava esserlo allora?
Perché quando non si sapeva nulla, Schlein sapeva già tutto? Perché quando la bomba era ancora fumo, paura e lamiere contorte, la colpa morale era già stata appiccicata alla “destra al governo”? E perché ora che gli inquirenti seguono una pista precisa, con arresti, perquisizioni e ipotesi pesantissime, la stessa fretta comunicativa sembra essersi improvvisamente raffreddata?
Il punto non è difendere la destra. Il punto è difendere un minimo di serietà. La solidarietà a Ranucci era doverosa allora e resta doverosa oggi. Un giornalista minacciato, un ordigno davanti casa, le auto danneggiate, la famiglia coinvolta: sono fatti gravissimi. Secondo le ricostruzioni, l’attentato avvenne nell’ottobre scorso a Pomezia e non provocò feriti, ma segnò un salto di qualità nelle minacce subite dal conduttore di Report. Ma la solidarietà non autorizza la propaganda. Anzi: proprio nei casi più gravi bisognerebbe evitare di trasformare l’emozione in un manganello politico.
Schlein disse che la democrazia era a rischio “quando l’estrema destra è al governo”. Era un’accusa enorme. Non una battuta da corridoio. Non un post scritto di fretta. Una dichiarazione internazionale, davanti al Pse, usata per raccontare l’Italia come un Paese nel quale il clima creato dal governo avrebbe prodotto conseguenze sulla libertà di stampa. Oggi scopriamo che, secondo gli investigatori, il presunto mandante sarebbe Lavitola. Il movente, stando alle cronache, non è ancora chiarito, mentre quattro persone erano già state arrestate per l’attentato.
E allora, segretaria Schlein, la domanda è inevitabile: era davvero colpa del “clima d’odio” della destra? Era davvero il governo Meloni il contesto politico da mettere sul banco degli imputati? Oppure, più banalmente, si è usato un attentato gravissimo per fare opposizione all’estero, con il solito copione: fascismo, allarme democratico, libertà minacciata, destra cattiva? Qui non si chiede un’autocritica in ginocchio. Basterebbe molto meno. Basterebbe dire: “Aspettiamo le indagini”. Basterebbe riconoscere che forse, quella volta, si è corsi troppo. Basterebbe ammettere che accusare un’intera area politica di alimentare un clima tale da mettere a rischio i giornalisti era una forzatura.
Non paga, pochi giorni dopo la Schlein aveva rilanciato a margine di un evento: “Dove l’estrema destra governa indebolisce la democrazia e la libertà di stampa”. E ancora: “Bene la solidarietà ma non basta: servono fatti concreti. In questi anni il giornalismo d’inchiesta è stato ridimensionato nella tv pubblica e sono state fatte tantissime querele temerarie. Allora, a parte la solidarietà, ne ritirino un po’ e approvino l’emendamento con cui chiediamo di recepire la direttiva europea che chiede proprio di evitare il meccanismo delle querele temerarie”.
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Ma in Italia funziona così: se una notizia sembra colpire la destra, parte la requisitoria morale. Se poi la stessa notizia si complica, si sfuma, prende strade impreviste, cala il silenzio dei responsabili. Ranucci merita verità. La giustizia farà il suo corso. Gli indagati hanno diritto alla presunzione di innocenza. Ma anche gli accusati politici, quelli messi alla gogna senza prove, avrebbero diritto a una cosa ormai rivoluzionaria: un minimo di correttezza. Elly Schlein, adesso, dovrebbe riguardare quel video e dovrebbe parlare. Non per assolvere nessuno. Non per condannare Lavitola. Ma per spiegare perché allora la colpa era già della destra, mentre oggi la prudenza è diventata improvvisamente una virtù.
Massimo Balsamo, 8 luglio 2026
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