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L’abc dell’economia e della finanza (Adriano Teso)





L’economia in fondo è una cosa semplice, proprio perché riguarda tutti noi, ma è stata resa una materia complicata. Per due motivi. Soprattutto.

1. Il primo è che di essa si sono impossessati gli economisti. Gli specialisti del cavillo, cioè della formula, della matematica, dei modelli. Parlano una lingua incomprensibile e ficcano la realtà in formule matematiche che con il passare del tempo perdono aderenza a ciò che vorrebbero descrivere. I mandarini dell’economia non solo non si comprendono, ma non si vogliono far comprendere. Diventano consiglieri del principe, dunque della politica a cui forniscono le anni e le munizioni per accrescerne il molo. La domanda, capovolta, che oggi gli economisti si pongono è come fare in modo che lo Stato permetta ai cittadini di vivere meglio.

Come possa contribuire a renderci più prosperi. È del tutto evidente che oggi il grande sforzo di ogni scienziato sociale dovrebbe essere esattamente speculare: come rendere più libera questa nostra società intrappolata dalle scelte pubbliche. In poche parole, come rendere meno ingombrante e meno prospero l’appa-rato burocratico che ci governa. Chi parlava semplice, disse una volta: come affamare la Bestia. Che è lo Stato.

2. Un secondo motivo per il quale l’economia è diventata molto più complicata è che, da Keynes in poi, essa è diventata macroeconomia. Non più economia dei singoli, ma degli aggregati. Non che questi ultimi non contino. Ma hanno dei limiti. Non solo nel paradosso di Samuelson per il quale un professore che si sposi la propria cuoca contribuisce alla riduzione del Pil, visto che si suppone si astenga dal pagare la neo-moglie per cucinare.

Il limite vero è che la macroeconomia ha distrutto la micro. La decisione sugli aggregati, la domanda, il consumo, ha spiazzato l’attenzione sui singoli operatori del sistema economico. Che insieme formano il complesso, ma che ragionano e si muovono per incentivi, molto individuali, e affatto aggregati.

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6 Commenti

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  1. Ai tempi dei primi anni di università, ci fu detto abbastanza chiaramente che la microeconomia “funzionava”, ed era generalmente empiricamente verificata.
    La macroeconomia no.
    Quella keynesiana, ovviamente, visto che altro non veniva nemmeno detto esistesse.

    Per come la vedo io, gli aggregati contano, non è questo il problema.
    ll problema è che la macro keynesiana ignora troppe cose fondamentali:
    -il ruolo dei prezzi di mercato, quando tratta la spesa pubblica.
    -la dimensione intertemporale dell’economia e delle sue scelte. Non siamo morti. Siamo vivi, e paghiamo le scelte di lungo periodo fatte anche molto tempo addietro.
    -il ruolo del capitale, come principale espressione di questa dimensione temporale.

    Il problema, quindi, è che dal punto di vista teorico con l’economia keynesiana si è imboccato un binario sostanzialmente sbagliato.
    Perchè prima, in realtà, di cose intelligenti ne erano state dette parecchie, anche se c’era ancora non poco da capire.
    Ma il “principe” non vuole abbandonare questo binario, cosa che sarebbe necessaria ai fini di migliorare realmente la conoscenza economica, perchè è il binario che ne giustifica ruolo e potere.

    Dal punto di vista “pratico”, invece, il problema principale riguarda le “formule matematiche”.
    Che in realtà di matematico hanno poco, trattandosi di espressioni ed analisi di carattere generalmente statistico.
    E qui il discorso è ancora più complesso e grave: anche in ambienti “istruiti”, la statistica viene usata a sproposito, senza rispettarla.
    Ci si illude di trovare nei dati e nelle analisi un’affidabilità, ed una conferma delle teorie, che in realtà non c’è affatto.
    I limiti di tali strumenti sono noti, ma vengono ignorati, perchè altrimenti non si potrebbe semplicemente fare analisi e teoria economica nel modo in cui viene fatto.
    Cioè ciò che, in realtà, andrebbe fatto.

  2. Se si pensa che,in Occidente,ci si è dotati di un apparato definito “macroeconomico” per poterci permettere di vivere al di sopra delle nostre possibilità,creando un sistema di welfare che permette la disoccupazione illimitata e sfamarci tutti con creazione di un’economia consumistica,soltanto per 1 miliardo di persone. Ora è arrivato il momento di porsi le domande per come estenderlo.
    La scelta più semplice vedrebbe nello sterminio di qualche miliardo di persone per mantenere la nostra facoltà di oziare credendoci degli sfruttati e vedere i nostri figli comodamente circondati dalla bambagia.
    Da un articolo di un giornalista molto impegnato a renderci edotti sulle migrazioni,soltanto nella loro parte finale che vede nelle nostre coste il palcoscenico,quando si riporta sul terreno dei suoi studi e di laurea magistrale mi aspetto una disamina sul futuro(nn dico di tutti che uno può anche sbattersene le palle di quelli altrui, anche se legati ad un comune destino), dei suoi figli più che una esegesi di ciò che ci ha sorretto fin dai tempi di Keynes.
    Tempi oramai stra-superati.
    A mio parere,s’intende.

  3. Sull’introduzione all’argomento ci sono molti saggi; in particolare, secondo me, eccellenti testi per capire i meccanismi dell’economia, sono i seguenti:

    L’ECONOMIA IN UNA LEZIONE di Henry Hazlitt
    https://www.ibs.it/economia-di-lezione-capire-fondamenti-libro-henry-hazlitt/e/9788864400570?inventoryId=45808811

    – L’ECONOMIA DELLA FARFALLA di Paul Ormerod
    http://www.liberalismowhig.com/2014/01/18/leconomia-non-e-unequazione/

    – IL MISTERO DEL CAPITALE di Hernando de Sono
    http://www.liberalismowhig.com/2014/06/28/valore-e-capitale-umano/

    Cordialmente, Tullio

  4. ben venga parlare semplice e liberale. tutto condivisibile, tranne l’odioso uso di “affatto” al posto di “nient’affatto”

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