La tragedia di Keir Starmer non è soltanto politica. È umana. Ed è forse proprio questo a renderla più feroce. Perché ci sono leader che cadono combattendo, altri che vengono travolti dagli eventi, altri ancora che semplicemente evaporano. Starmer appartiene a quest’ultima categoria: non viene abbattuto da un grande nemico, da un colpo di scena, da una congiura teatrale. Viene consumato lentamente dalla propria inconsistenza, dal vuoto di una leadership che aveva promesso ordine dopo il caos e ora scopre di essere essa stessa diventata caos.
Il premier britannico ha provato a fare quello che fanno tutti i capi assediati quando sentono scricchiolare il pavimento sotto i piedi: ha parlato al Paese, ha cambiato tono, ha messo via giacca e cravatta, ha cercato l’immagine dell’uomo pratico, diretto, finalmente sveglio. Ha detto che i piccoli aggiustamenti non bastano più. Ha promesso accelerazioni, svolte, coraggio. Ha rispolverato l’Europa, ha lasciato intendere che la Brexit sia stata una ferita economica e strategica, ha attaccato Farage sul suo terreno più simbolico. Ha persino aperto alla mobilità giovanile con l’Unione europea, misura concreta e insieme altamente politica, perché significa dire ai britannici: guardate che là fuori c’è un mondo da cui ci siamo separati e forse non ci è convenuto poi così tanto. Ma il problema è che quando un premier arriva a dire “adesso cambio tutto”, spesso il Paese sente un’altra frase: “Finora ho sbagliato tutto”. E quando un capo di governo cerca di trasformarsi nel momento in cui il suo partito lo sta già abbandonando, la metamorfosi non appare come una prova di forza. Sembra un ultimo travestimento.
È qui che si sta consumando il dramma di Starmer. Non nella sconfitta amministrativa dello scorso 7 maggio, per quanto pesante. Non nelle dimissioni degli assistenti ministeriali, che in sé conterebbero poco. Non nei deputati laburisti che uno dopo l’altro cominciano a chiedergli di farsi da parte. La vera tragedia è che ormai ogni gesto pensato per salvarlo finisce per confermare che è perduto. Se tace, appare paralizzato. Se parla, non convince. Se promette continuità, sembra cieco. Se promette una svolta, ammette implicitamente il fallimento. È il vicolo cieco dei leader arrivati alla fine: qualunque porta aprano, dietro c’è un muro.
Downing Street conosce bene questo spettacolo. Negli ultimi anni i conservatori hanno offerto al mondo una specie di commedia nera sul potere: premier che entrano, premier che escono, rivoluzioni annunciate, mandati bruciati, maggioranze divorate da se stesse. Starmer aveva costruito la propria legittimità anche su questo: basta pagliacciate, basta improvvisazione, basta psicodrammi. Io sono l’adulto nella stanza. Io sono la stabilità. Io sono il ritorno alla serietà. E invece eccolo qui, prigioniero dello stesso meccanismo che aveva denunciato negli altri. La macchina del potere, quando sente l’odore del sangue, non distingue più tra destra e sinistra.
I peones si muovono per primi, naturalmente. È sempre così. Gli assistenti ministeriali, i sottosegretari minori, i deputati più esposti nei collegi difficili: sono loro a uscire allo scoperto quando i grandi ancora fingono prudenza. Ma nessuno creda alla spontaneità assoluta di questo stillicidio. In politica le dimissioni isolate possono essere un gesto morale; le dimissioni a catena sono quasi sempre un messaggio organizzato. Si manda avanti chi rischia meno o chi ha meno da perdere, si misura la temperatura, si prepara il terreno. Poi arrivano i ministri, i notabili, i possibili successori. E quando arrivano loro, il capo non è più un capo: è un problema da gestire.
Secondo quanto trapela dalla Bbc sarebbero 72 i parlamentari laburisti ad aver chiesto esplicitamente a Starmer di fare un passo indietro. O almeno di fornire una data per l’addio. Poi quattro assistenti ministeriali hanno fatto lo stesso, dimettendosi in tronco. Addirittura il ministro degli interni, Shabana Mahmood, sarebbe tra coloro che hanno chiesto al primo ministro di lasciare Downing Street. Con lei anche altri tre titolari dei dicasteri, tra cui la ministra degli Esteri, Yvette Cooper.
Starmer ieri ha provato a dire ai suoi: non fate come i Tory, non precipitate il partito in una guerra interna, non cambiate cavallo in mezzo a tempi pericolosi. Argomento sensato, persino rispettabile. Ma anche qui c’è una trappola. Perché un leader può chiedere lealtà in nome della stabilità solo se incarna ancora quella stabilità. Quando invece diventa lui stesso il fattore di instabilità, l’appello alla responsabilità suona come un ricatto debole. Restare per evitare il caos funziona finché la tua permanenza non diventa la causa del caos.
Stamattina è prevista una riunione di governo e pare che Starmer, ormai sotto pressione, stia “valutando le opzioni”. A studiare la pratica con lui ci sono il vicepremier David Lammy e il capogruppo laburista Jonathan Reynolds.
La cosa più impressionante è che Starmer sembra aver capito il suo errore principale proprio quando non gli serve più capirlo. Ha intuito che non basta amministrare, non basta “fare le cose giuste”, non basta rivendicare scelte fondamentali e prudenza internazionale. La politica non è un verbale di riunione. Non è un fascicolo ben ordinato. Non è una sequenza di procedure corrette. È anche racconto, destino, promessa, perfino illusione. Un Paese può sopportare sacrifici se intravede una direzione; può accettare lentezze se crede in un traguardo; può perdonare errori se riconosce un’anima. Ma il governo Starmer è apparso troppo spesso come un governo senza musica, senza epica, senza una frase capace di restare addosso alla gente.
E ora tenta di fabbricare speranza in emergenza, come si monta un tendone sotto la pioggia. Troppo tardi, probabilmente. Perché la speranza non si annuncia quando i deputati stanno già contando le firme. Non si improvvisa mentre i ministri guardano l’orologio. Non si inventa quando il partito ha già cominciato a chiedersi chi verrà dopo. Il nome che gira, riporta il Corriere, è quello di Andy Burnham, il sindaco di Manchester, l’uomo che molti immaginano come il salvatore possibile, il volto laburista più ruvido, più popolare, più spendibile fuori dai salotti londinesi. Ma anche questa attesa ha un costo. Chi oggi siede nel governo e domani potrebbe aspirare alla successione sa benissimo che lasciare marcire Starmer fino all’autunno può significare affondare insieme a lui. E allora qualcuno, magari Wes Streeting o chi per lui, può aver deciso che il tempo delle cortesie è finito. In politica la pazienza è una virtù solo finché non diventa complicità con il disastro.
Resta l’immagine di un uomo che si aggrappa alla poltrona non perché non veda il precipizio, ma perché lo vede benissimo. Starmer sa che mollare ora significherebbe ammettere che la promessa della sua premiership è durata meno della sua campagna elettorale. Sa che fissare un calendario d’uscita vorrebbe dire consegnarsi alla condizione più umiliante per un leader: governare da dimissionario, parlare da sopravvissuto, sorridere sapendo che tutti stanno già guardando oltre la sua spalla.
Eppure il potere ha questa crudeltà: più cerchi di trattenerlo quando ti sta sfuggendo, più ti rende piccolo. Starmer voleva essere l’uomo della serietà dopo la sbornia populista e conservatrice. Rischia di essere ricordato come l’uomo che non seppe capire quando la serietà richiedeva un passo indietro. La diga, ormai, non perde più qualche goccia. Ha ceduto. E quando l’acqua arriva a valle, non chiede il permesso a nessuno.
Franco Lodige, 12 maggio 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi seguire Nicolaporro.it su Google visitando questa pagina e cliccando ‘Segui su Google“


