Politica

Salis ai domiciliari, crolla l’altarino. Adesso rinuncia alla candidatura?

L’insegnante 39enne potrà uscire dal carcere dopo 15 mesi e sarà trasferita nell’abitazione di una privata cittadina dopo il pagamento della cauzione

Fare casino paga. Sempre. Tanto. Il regime orbaniano è così terribile, quasi peggio del nostro sanitario di Speranza&c., che la nostra Ilaria “Gramsci” Salis è già a casa: concessi i domiciliari con il bracciale elettronico. Basta pagare la cauzione ma quello non è un problema, alla nostra professorina Ibarruri, i soldi, di famiglia, non mancano, poi se mai c’è la colletta comunista, c’è la succursale piddina degli impresari Bonelli&Fratoianni che l’hanno candidata. Ma, siccome fare casino paga, sempre, tanto, occorre continuare a farlo anche perché se no il merchandising crolla, tipo Chiara Ferragni: non pandori ma opere di spranga.

E così “la lotta continua”, proclama babbo Salis, che un tempo era un orbaniano fondente ma era un altro momento, e adesso appare riconvertito al guevarismo di conserva, da concertone primomaggio, da Antonio Scurati e quell’altro, come si chiama, il martire del giorno, quello che se l’è fatta sotto perché uno di 80 anni lo ha guardato storto, da cui la deriva fascista, orbaniana, peggio che orbaniana, del nostro regime melonista. Ah, sì, Stefano Massini. Un kikazè. Oui, je suis Massinì, oui oui, je suis antifà de Pariolì. La lotta continua e babbo Salis lo ha capito subito e meglio di tutti: “Non basta, finché Ilaria resta in Ungheria non mi sento tranquillo”. Già, potrebbe essere presa a manganellate da balordi di strada, hai visto mai. Far casino paga e la retorica da quinta elementare, il gramscismo epistolare, le letterine, i quadernini dal carcere, “sono nata antifà, è naturale come respirare”, alla fine pagano, sempre. È naturale anche massacrare la gente per strada, compagna Salis? Sì, secondo le groupie, i Raimo, gli impresari Fratoianni&Bonelli che l’hanno candidata, sì: pestare (o ammazzare) un “fascista” non è reato, si diceva temporibus illis e si dice ancora.

La compagna Ila non può accontentarsi, crolla la narrazione e crolla il sogno del reddito di cittadinanza europea a vita: è stato calcolato che un seggio a Bruxelles frutta 3 milioni di euro in 5 anni: hai voglia, anche a darne una parte a chi ti ha fatto eleggere, come fanno tutti i partiti, hai voglia a predicà, a menà, a antifà. “Non basta”. Non basta mai, lo sai, lo sai. Non basta il seggio, non basta l’impunità, non basta la santificazione oscena, questi compagni per il mondo migliore sono dei famelici, vogliono sempre di più sempre di più. Quindi Ila, babbo e il resto del centro sociale diffuso non possono smettere di latrare alla luna fascista, orbaniana, meloniana. Anche se si scorge, di quinta, il lavorio del governo italiano per riscattarla, è chiaro, è evidente: che poi lo abbiano fatto per umanità, per risparmiarsi grane, o entrambe le cose, in definitiva conta poco. Certo che come salvatori dei peggio soggetti nei peggiori bar di Budapest, del Cairo o di Roma Parioli, siamo imbattibili: Zaki, Salis, avanti il prossimo. “Siamo contenti ma è solo l’inizio”, proclamamo gli avvocati Straini e Losco; “La lotta continua, mica ci accontentiamo”, scolpisce babbo Salis.

Per forza. Anzi vedrete, cominceranno subito col dire che i domiciliari non sono soddisfacenti, che il bilocale è stretto, che il braccialetto è pesante, è discriminatorio, un braccialetto non inclusivo, un braccialetto “fa”, quindi ci vuole più lotta antifà, è uno schifo, una dittatura sovranista. A prendere più fango saranno proprio quelli che hanno operato per tirarla fuori di galera, Meloni per prima. Il copione è quello e non sono ammesse divagazioni né improvvisazioni: più odiano, picchiano, discriminano, più cercano di ammazzare l’avversario, anche sconosciuto, anche incontrato per caso, e più debbono accusare gli altri di odio, di violenza. Dove stava tutta questa genia quando gli arresti domiciliari, i braccialetti, le catene, gli idranti venivano scaricati addosso a poveri cristi colpevoli solo di temere un vaccino che poi li avrebbe avvelenati, ammalati? Dove stava la lotta continua allora, dove la compagna Ilaria col manganello nella borsetta? Dove: a Budapest, a cercare “fascisti” da legnare?

Adesso il mondo respira: la egolatrica Ilaria Salis, sempre sofferente in aula, così gemente che i suoi sorrisi influencer inondavano i media, è finalmente libera, concretamente libera; mastica un po’ amaro la sinistra che la pompa, la candida, e che ha quotidianamente bisogno di un martire di giornata, fresco come un ovetto, per sostenere la sua prosopopea da populismo rivoluzionario, e che si vede disinnescare l’arma retorica più efficace: non ci voleva, a neanche un mese dalle elezioni: e se adesso non la votano più? Ah mai, per la Madonna! Toccherà inventarsi qualcosa, finte aggressioni, false persecuzioni, voi comunque stay tuned, restate connessi, i colpi di scena non mancheranno. E ricordate sempre: c’è una bella differenza tra il maciullare uno che passa, siccome puzza di nazista, in cinque o dieci giovani e forti, e guardare torvo, a 80 anni, un intellettuale sopraffino e tenero come un grissino. Il fascismo sta qui, in chi guarda torvo, mica in chi spranga. Il fascismo sta anche a Budapest, ma, soprattutto, a palazzo Chigi.

E chi non lo dice è un porco fascista da sprangare, e chi lo spranga va a Bruxelles, nel tempio della Ue nata e cresciuta come una camera di compensazione della grande industria e finanza, a lottare a pugno chiuso contro il capitalismo, il turboliberismo, la finanza, big pharma, big business. A proposito, voi l’avete visto l’appartamento dove la compagna Ilaria opera e pensa e scrive ai domiciliari? Tugurio di merda, regime sovranista fascista, Meloni boia, o Bruxelles o morte, la lotta continua. Sempre. Tanto.

Max Del Papa, 15 maggio 2024

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