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Sangiuliano alla Cultura, perché il centrodestra ha fatto bene

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Devo ringraziare i tanti amici che mi hanno scritto con amarezza perché aspettavano che fossi chiamato a fare il ministro della Cultura. Non è accaduto e me ne dispiace, ma so che la premier conosce la mia attività e non trascurerà di trarre beneficio dalla mia esperienza. D’altra parte, la nuova definizione di quello che fu il ministero «per» i Beni culturali come «ministero della Cultura» ha esteso i confini della tutela del patrimonio a una visione ideale o ideologica che la Meloni ha voluto gelosamente per sé, come identificazione della propria condizione culturale e politica.

Insomma, una cosa è la Kultur, che è mondo delle idee, civiltà, visione, un’altra è il patrimonio culturale materiale e immateriale, i cui confini sono definiti dall’Unesco: io non ho una posizione filosofica che rappresenti una parte politica, ma ho una formazione che mi orienta alla difesa del patrimonio artistico e all’idea di bellezza e avevo quindi compreso la scelta di puntare su nomi portatori di un pensiero più vicino alla Meloni.

Conosco da molto tempo Gennaro Sangiuliano, che ha esattamente dieci anni meno di me, e che è stato consigliere Msi a Napoli, giornalista all’Indipendente e al Roma, di cui è stato anche direttore, per poi diventare vicedirettore di Libero sotto la direzione di Vittorio Feltri. Ma quel che ci ha unito è l’amicizia con Lino Jannuzzi, grande giornalista che diresse il Giornale di Napoli e con cui passammo giornate indimenticabili a Sorrento, in quella Villa Astor dove aveva vissuto anche Benedetto Croce. Tra i ricordi più lontani c’è la presentazione di un primo libro di Sangiuliano su Giuseppe Prezzolini a San Severino Marche: un giovane timido e determinato, come ai nostri giorni si è mostrato Francesco Giubilei scrivendo di Leo Longanesi.

Un’altra occasione fu la presentazione di Il paradiso: viaggio nel profondo Nord, in risposta a L’inferno di Giorgio Bocca, presentato con felice rumore a Napoli, insieme a Ciro Paglia, di Sangiuliano amico e maestro, scomparso nel 2013. Paglia, autore nel 1980 di una serie di articoli in cui denunciava la violenza della camorra, fu per Sangiuliano come un padre. E quando nell’81 la compagna di Paglia fu ammazzata, grande fu l’impressione per il giovane Sangiuliano. Con tale formazione, ha affrontato la direzione del Tg2 con grande ragionevolezza ed equilibrio. E, nei miei confronti, con grande complicità per tutte le mostre che gli ho proposto.

Capisco dunque, per l’impegno e la coerenza, la nomina che oggi lo premia. Ne soffro per la lunghissima esperienza e l’impegno a tutelare i monumenti dell’arte italiana, dal vincolo del Porto vecchio di Trieste alla ricostruzione del Teatro Petruzzelli di Bari, passando dall’esperienza come sottosegretario ai Beni Culturali, ormai vent’anni fa.

Oggi si apre una nuova stagione, ma voglio ricordare un episodio, che dimostra una certa preveggenza. Nell’estate del 2021, a Castellabate, come direttore artistico della Fondazione Pio Alferano, attribuii il premio annuale a Gennaro Sangiuliano, con la seguente motivazione: «Cultura e gentilezza sono le caratteristiche di Gennaro Sangiuliano che cresce e assume incarichi, senza perdere semplicità e attenzione per i problemi e per gli uomini. Il suo maggior diletto è fare bene il suo lavoro di scrittore, di giornalista, di direttore. È stato educato alla civiltà e alla lezione della storia, nella tradizione napoletana che va da Vico a Cuoco, da Filangeri a Croce, trovando nei maestri più vicini, come Galasso e Isotta, una incorrotta lezione di stile. Alla quale non può sottrarsi. Sangiuliano scrive bene e chiaro per un dovere di dire la verità, come chiede il rispetto della storia anche quando è contemporanea».

Questo era il mio pensiero e lo è ancora oggi, senza alcuna suggestione. Con gli auguri di buon lavoro.

Vittorio Sgarbi, Il Giornale 23 ottobre 2022