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Saviano a Sanremo: più che antimafia, uno spot a se stesso - Seconda parte

Il monologo dello scrittore dal palco dell’Ariston è stato una sventagliata di retorica fragilissima, utile solo al personaggio

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Trovata da avanspettacolo

Veramente questa trovata da avanspettacolo tinta da impegno civile lascia perplessi e c’è chi lo dice apertamente e a pieno titolo, sentite Antonio Vullo, unico agente di scorta scampato a via D’Amelio: “Ricordare le stragi mafiose del ’92 è sempre importante ma perché dare voce a Roberto Saviano? Io avrei preferito che a parlarne fosse il Nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella“. Aspetta e spera! “Dovrebbero dare voce ad altre persone – dice il sopravvissuto – Mattarella avrebbe potuto parlare a tutta la nazione. Invece su Saviano sono scettico”. E va già bene che, con questi chiari di luna, non si prende lui del mafioso. C’è questa idiozia perniciosa del trinariciuto di sinistra, basta che uno pronunci la parola fatata, “razzismo”, e tutti si rotolano in terra, razzisti, razzisti, popolo di razzisti.

Per la mafia è lo stesso, arriva Saviano e anche se tutti sanno che sono parole vuote, innocue parole narcise, scatta il dovere di turbarsi, di commuoversi. A Sanremo più che canzoni commozioni in saldo, propaganda e la piaggeria nordcorreana del conduttore di regime Amadeus che ogni due per tre manda saluti, baci, ovazioni, ringraziamenti “al nostro grande capo dello Stato” e gli dedica, senza imbarazzo alcuno, “Grande Grande Grande” di Mina. Poi provate a dire che Sanremo non è istituzionale nella sua forma più servile, più conformista. Triste come un segno dei tempi, e sono tempi da fine impero, da provincia di un altro impero.

La corsa ai ringraziamenti

Ma che fa? Amadeus si consuma di ringraziamenti, a Mattarella, a Draghi, alla Rai, alla presidente Soldi, all’amministratore delegato Fuortes (“e tanti auguri all’amministratore delegato”, come recitava la figlia di Fantozzi), ai discografici, al signore e questore, come dice Catarella, a Saviano, agli uomini di buona volontà, che stanno tutti da una parte, quella giusta, per autonomina. E anche questo è un sintomo, se non altro, di familismo amorale, di convenienza riverniciata di virtù, un po’ come l’antimafia mafiosa o l’altra dei pannolini, i giovani martiri che dalle fiaccolate, le marce, le navi della legalità salpano per sbarcare nella stessa Rai, nei partiti, nelle televisioni.

Un pezzo di Che tempo che fa a Sanremo: siamo o non siamo inclusivi noi della Rai, inclusivi, resilienti e resistenti ad ogni imbarazzo? Presta è un mancato sindaco renziano a Cosenza, Caschetto un ex sindacalista Cgil. Saranno pure rivali, ma rivali di parrocchietta e poi, come ha detto il direttore di Rai Uno, Coletta, qui non si fanno discriminazioni, questo è il Festival antirazzista, antifascista, antisovranista, antinovax. Tutto il resto sono dati sensibili.

Max Del Papa, 4 febbraio 2022

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