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Sforza Fogliani e la lezione di Cicerone

I politici di duemila anni fa come quelli attuali: ce lo ricorda l’ex presidente di Confedilizia da poco scomparso

corrado sforza fogliani

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Ho sul mio tavolo il numero di dicembre di Libro aperto in cui si esibisce da tempo molta parte dei liberali che guardano a sinistra. Ma con delle eccezioni. Una di queste è Corrado Sforza Fogliani, caro amico scomparso solo una settimana fa. Il Presidente non c’è più, ma oltre che il suo ricordo, vivono le sue ultime righe: eleganti, colte, deliziose come sempre. Guardando alle ultime elezioni politiche, Sforza Fogliani ricorda Cicerone e la sua corsa per il Consolato di Roma. Il fratello, Quinto Tullio, gli scrisse una lettera cercando di dargli dei consigli.

Si legge: «Il candidato – con la sua veste candida, da cui il nome – tenga presente che (allora) “Roma est civitas – non traduciamo neanche, si capisce bene ugualmente – in qua multae insidiae, multa fallacia, multa in omni genere vitia versantur, multorum adrogantia, multorum contumacia, multorum malavoentia, sultorum superbia, multorum odium ac molestia preferenda est”». Una città insomma – sintetizza Sforza Fogliani, dopo la citazione di Quinto Tullio – «sentina di tutti i vizi possibili e immaginabili. E si sappia il pur grande Avvocato che era Cicerone, regolare di conseguenza». Nei consigli del fratello di Cicerone, Sforza Fogliani vede una costante della politica romana e italiana. La città che si mangia l’anima di chi vuole fare politica. Ma non solo.

Per approfondire:

I consigli del fratello all’aspirante politico sono quelli di non andare mai in giro da solo al Foro, ma sempre con qualcuno che conosca tutti e li conosca per nome, per dare il senso di essere attento. Di fare promesse, ma di non essere troppo precisi, per tenersi libero di non essere del tutto smentito se si venisse eletti. Quinto Tullio avverte il fratello di non preoccuparsi troppo di chi si possa arrabbiare per una promessa politica non mantenuta: peggio per lui, ma solo per lui. E poi consiglia di denigrare caparbiamente gli avversari, magari instillando in giro sospetti «di lussuria» o, ciò che è peggio, «di sperperi».

«Cicerone il Grande ricorra pure all’arma del discredito, anche inventando la possibilità di un coinvolgimento dei propri avversari in un qualche processo». E dunque Corrado Sforza Fogliani conclude sarcasticamente: «Insomma quanto alle consultazioni elettorali abbiamo una grande consolazione: nihil sub sole novum davvero, no?».

Nicola Porro, Il Giornale 18 dicembre 2022