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Soumahoro, il compagno stivalidigomma è in fuga da sé stesso

Il sindacalista va nel gruppo misto e si difende, ma il suo eloquio è ormai una pistola scarica

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Sic transit gloria mundi e gli stivali dalle sette leghe non possono proteggerti in eterno. Leghe dei braccianti, leghe di oro e fango, leghe come seghe: tante ne ha dette Aboubakar Soumahoro preparando la lunga marcia fino a Montecitorio, finché qualcuno, proprio a sinistra, s’è stufato e gliele ha fatte franare addosso. Seppellendolo. Di colpo il compagno Abou torna a galla, annuncia con patetica pomposità il suo passaggio al gruppo misto – mai dimettersi da niente, per carità, poi prova a dire che non si integrano.

Ma il suo eloquio inguaribilmente sindacalese a questo punto è una pistola scarica. L’eroe dagli stivali impantanati non pareva, neanche allora, un fulmine di guerra: insiste, ha deciso di spingere usque ad nauseam sul ruolo del negro poareto, “negro da cortile”, come piace dire a Soumahoro per definirsi uno che, avendocela fatta, ora viene punito. Lo ripete spesso, tradendo, ma senza sospettarlo, un accentuato razzismo di fondo e una grettezza tutta piccolo borghese, da arrampicatore sociale, sideralmente lontana dal profeta proletario che usava impersonare.

Nessun ripensamento, nessuna cautela, oggi il compagno stivalidigomma è un ibrido tra le lacrime di circostanza e la tetragona arroganza da “non sapete con chi avete a che fare, vi trascino tutti in tribunale”. Lui, africano che trovò l’America in Italia, resta il paria, il Calimero sacrificale, l’idolo che, pur cascato dal piedistallo, non si rassegna. I vecchi compagni rossoverdi della congrega BonelliFratoianni? Ingrati, fasulli, aridi, bottegai filistei. Le cooperative dei parenti, assistenza di purissimo cartone? E lui che c’entra, mica era roba sua. Lo stato di dissesto pernanente, i conti al di là del male, del peggio e della bancarotta? E lui che ne poteva sapere, però si era informato (sic) e gli avevano detto, ma no, tutto normale, sono tempi duri, “lo Stato paga poco e male” e solo per questa frase, trattandosi di attività cui lo Stato e i suoi derivati hanno sganciato 65 milioni in due decenni, Soumahoro meriterebbe Norimberga. Il dissesto finale? Si sa, la situazione è peggiorata col decreto del 2018, insomma colpa di quel porco bianco di Salvini, e questo è un pallino anche della suocera, la mama Africa che come un polipone gestiva tutto. La Lega Braccianti, una delle sue trovate personalistiche e monodimensionali? Cazzate, malevolenza di negri non da cortile ma da vicolo, invidiosi di lui. I maltrattamenti ai migranti che si pretendeva salvare? Idem come sopra, e in ogni modo che ne poteva sapere lui, sempre in qualche altrove costellato di vite delle persone umane da riscattare? Il troppo amore, il troppo altruismo, la sconfinata generosità, ecco cosa se mai si può rimproverare, se proprio si vuole, al martire per vocazione. Le pacchianate offensive e patetiche della compagna che lavorava più su Instagram che alla coop? E perché lo chiedono a lui, che all’epoca non la conosceva ancora.

Ed è tutto così per Soumahoro. Mai una presa d’atto, una scintilla di decenza. Già solo che lo Stato, le istituzioni locali, quelle sovranazionali, abbiano ricoperto di un fiume di soldi certe scatole di latta e di dolore (e perfino di mobilio dei Casamonica), infrangendo chissà quante regole, contabili e non, meriterebbe o una spiegazione “approfondita e sofferta”, come quella che il compagno gambali consiglia ai suoi persecutori. Oppure un silenzio residualmente dignitoso.

Ma l’uomo non è di questa consistenza ed è pure mal consigliato, evidentemente. Drogato di notorietà, non si rassegna a tornare nell’ombra, ipotizza complotti cui probabilmente non crede lui per primo. Speriamolo, almeno, per la sua salute mentale. Di certo non gli prestano fede nella consorteria dei paraculi di sinistra e, almeno su questo, il compagno Abou non ha tutti i torti se si sente scaricato: l’operazione di costruzione del personaggio, come la illustrava a suo tempo il compagno Zoro, è stata miserabile da tutte le angolazioni e nessuno può dirsi innocente: voi create l’idolo, loro lo alimentano, noi lo candidiamo e poi si tira su la rete e si spartisce il pescato: ce n’è per tutti, tutti facciamo una splendida figura e ce ne serviamo per sparare a palle incatenate sui fascisti di merda che usurpano il nostro potere, le “nostre” poltrone, la nostra morale. Ma a tirare la coda del destino, presto o tardi la coda ti rimane in mano e il destino ti graffia come un gatto indiavolato. A quel punto, i comunisti reagiscono da circa duecento anni nel solo modo possibile: rinnegando, disprezzando, “mai coperto e soprattutto mai lo ricoprirò”.

È che ci stanno troppi falsi santi, falsi profeti, falsi amanti, e parenti falsi. Soumahoro nella sua difesa a oltranza di se stesso, oltre la decenza e oltre l’evidenza, non è indagato, non ancora almeno, questo l’abbiamo tutti ripetuto davvero ad nauseam; però esistono responsabilità diverse da quelle penali, che hanno a che vedere con l’oggettività politica, la dignità, l’opportunità. Abou chiama infedeli quelli che l’hanno reso deputato e questi ultimi lo considerano uno spretato, un indifendibile che, tra fiumi di parole, non ha mai trovato quelle per spiegare. Ma da spiegare cosa c’è? Così il sindacalista con le galosce persiste nell’autoidolatria, nel rigetto psichiatrico di qualsiasi considerazione logica, l’atteggiamento di un uomo o non abbastanza o troppo furbo, comunque terrorizzato. Perché?

Max Del Papa, 10 gennaio 2023