C’è qualcosa che non torna. Anzi, c’è molto che non torna. A Modena un uomo – l’ormai noto Salim El Koudri – esce di casa con un coltello, si mette alla guida di un’auto, travolge sette pedoni in pieno centro, poi scappa, abbandona il veicolo, continua la fuga a piedi e accoltella chi prova a fermarlo. Eppure la Procura non contesta la premeditazione. A Roma, invece, un ventunenne spara con una pistola da softair contro due persone con il fazzoletto dell’Anpi e si ritrova accusato di tentato omicidio. Ora, nessuno vuole minimizzare nulla. Nessuno vuole trasformare un gesto grave in una bravata. Ma almeno una domanda possiamo farcela senza essere arruolati d’ufficio nel partito dei cattivi? Possibile che nel primo caso la premeditazione sia un dettaglio sfumato e nel secondo si salga subito sul piano massimo dell’allarme penale?
Ricapitoliamo quanto successo, per bene, e partiamo da Modena. El Koudri, 31 anni, è stato fermato per strage e lesioni aggravate dopo aver travolto e ferito gravemente sette pedoni sabato 16 maggio. Il gip Donatella Pianezzi ha convalidato il fermo e confermato il carcere per due ragioni molto semplici: pericolo di fuga e rischio di reiterazione del reato. E leggendo il provvedimento si capisce perché. Le immagini delle telecamere e le testimonianze descrivono “una precipitosa e violenta fuga”. Dopo la carambola, non riuscendo a ripartire con l’auto, El Koudri “è sceso dal veicolo, armato di coltello, e ha corso a piedi verso una via laterale nel tentativo di depistare i suoi inseguitori nei cui confronti peraltro non esitava ad usare l’arma”. Uno dei passanti, Luca Signorelli, viene accoltellato due volte. La fuga, scrive ancora la giudice, avviene “con l’evidente finalità di non essere identificato e di non rispondere delle azioni poste in essere”.
E qui sta il primo punto. L’uomo aveva un coltello. Non lo ha trovato per caso in piazza, non lo ha raccolto da terra, non gli è piovuto addosso. Ci è uscito di casa. Ora, per carità, le contestazioni penali rispondono a criteri tecnici, e la premeditazione non è una parola da bar. Ma se uno esce armato, investe sette persone e poi usa quel coltello durante la fuga, è davvero così assurdo domandarsi perché l’ipotesi della premeditazione non venga contestata? O dobbiamo fingere che il coltello sia un accessorio qualsiasi, come le chiavi di casa?
Per fortuna, almeno su un altro fronte, il gip ha rimesso qualche cosa al suo posto. Perché già si intravedeva la solita scorciatoia narrativa: aveva problemi psichici, era in cura, dunque chissà, forse non capiva, forse non voleva, forse tutto si scioglie in una nebulosa clinica. E invece no. La giudice scrive che “non vi sono, allo stato, elementi concreti e conclusivi per ritenere che i fatti siano stati compiuti in presenza di una causa di non punibilità o che sussista allo stato una causa di estinzione del reato”. E aggiunge: “D’altronde se è vero che dalla documentazione sanitaria in atti emerge che El Koudri sarebbe affetto da un disturbo schizoide di personalità e che sia stato in cura presso il dicentro di salute mentale Castelfranco Emilia, tuttavia non vi sono alla stato elementi per ritenere che il gesto da lui compiuto sia conseguenza di tale patologia né che lo stesso fosse incapace di intendere e di volere al momento della commissione del fatto”.
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Tradotto: attenzione a non trasformare automaticamente una diagnosi in un salvacondotto. Bene l’osservazione psichiatrica, sacrosanta. Bene verificare tutto, perché uno Stato serio non processa a slogan. Ma bene anche ricordare che una patologia non cancella automaticamente la responsabilità penale. E meno male che il gip lo ha scritto con chiarezza, perché la farsa del “aveva problemi psichici” era già pronta per essere servita calda, come spesso accade quando il racconto pubblico ha bisogno di anestetizzare la brutalità dei fatti.
Poi c’è Roma. Qui la scena è diversa, ma il cortocircuito è evidente. Arrivo in scooter, casco integrale, pistola da softair puntata ad altezza d’uomo, spari contro due persone che indossavano il fazzoletto dell’Anpi nei pressi del parco Schuster dopo il corteo del 25 aprile. Tredici secondi, ripresi dalle telecamere. Il responsabile, Eitan Bondì, ventunenne appartenente alla Comunità ebraica, viene individuato anche grazie ad alcuni dettagli, tra cui una busta di un’azienda di consegne per cui lavorava come rider. Quando gli agenti bussano alla sua porta, lui avrebbe ammesso: “Sì, sono stato io”. Poi il fermo, l’accusa pesantissima di tentato omicidio, porto e detenzione illegale di armi, Regina Coeli.
Anche qui: gesto grave, da condannare senza girarci intorno. Ma tentato omicidio con una pistola da softair? Davvero? La stessa giustizia che a Modena non vede, almeno per ora, la premeditazione davanti a un uomo uscito col coltello da casa e protagonista di una sequenza violentissima, a Roma imbocca subito la corsia più pesante per colpi di pallini contro due militanti Anpi. Qualcosa non torna. E non torna non perché una vittima valga meno dell’altra, ma perché la coerenza dovrebbe essere il minimo sindacale quando si parla di diritto penale.
A Modena si procede, certo, e il carcere viene confermato, ma la narrazione resta prudente, quasi trattenuta. A Roma, invece, appena entrano in scena Anpi, 25 aprile, Comunità ebraica, Israele, tensioni mediorientali, “degenerazione squadristica”, “deriva estremistica”, “presunti gruppi paramilitari”, il fatto penale sembra diventare immediatamente un fatto politico totale. E la giustizia non dovrebbe farsi trascinare dalla temperatura politica. Dovrebbe guardare ai fatti, agli strumenti usati, alle conseguenze, all’intenzione dimostrabile. A Modena abbiamo un’auto lanciata contro pedoni, sette feriti gravi, un coltello portato da casa e usato durante la fuga. A Roma abbiamo una pistola da softair, un’azione di tredici secondi, nessuna volontà omicida rivendicata dal fermato, che avrebbe ripetuto di non voler uccidere. Eppure il paradosso è servito: da una parte niente premeditazione, dall’altra tentato omicidio.
Si dirà: sono procedimenti diversi, procure diverse, fattispecie diverse. Vero. Ma il cittadino normale, quello che non vive dentro i codici e non parla in latinorum giudiziario, vede una sproporzione. E quando la giustizia appare sproporzionata, perde autorevolezza. Non perché debba assecondare la pancia dell’opinione pubblica, ma perché deve saper spiegare perché davanti a fatti apparentemente più gravi si procede in un modo e davanti a fatti certamente gravi, ma di natura diversa, si procede in un altro.
Il punto non è chiedere indulgenza per Roma. Il punto è chiedere rigore anche per Modena. Il punto non è trasformare Bondi in un ragazzo da compatire. Il punto è non trasformare ogni episodio politicamente sensibile in un processo ideologico. Il punto non è negare i problemi psichiatrici di El Koudri. Il punto è non usarli come sipario da calare troppo in fretta su una condotta che il gip definisce di “particolare allarme sociale”, “facilmente replicabile in qualsiasi altro contesto urbano” e capace di colpire “un numero indeterminato e indeterminabile di soggetti”.
Ecco perché qualcosa non torna. Perché quando la realtà entra in tribunale dovrebbe essere giudicata per quello che è, non per il racconto politico che le si costruisce intorno. Entrambi devono rispondere delle proprie azioni. Ma se la bilancia della giustizia pesa più il simbolo del fatto che il fatto stesso, allora il problema non è più solo giudiziario. È culturale. E riguarda tutti.
Franco Lodige, 20 maggio 2026
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