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Storia di Etty Hillesum: come trovare Dio negli uomini

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Etty è una di noi, è un’amica. Ha 27 anni, è ebrea e vive ad Amsterdam negli anni della Seconda Guerra Mondiale. Dal 1941, dall’incontro con il famoso psicochirologo Julius Spier inizia ad annotare tutto quel che vive sul suo diario. Scrive, scrive e scrive. Di quanto sia fisicamente attratta dal dottor S., pur essendo già impegnata con Han, delle amiche, delle rivali in amore, di come il suo egoismo e la sua vanità interferiscano nelle sue relazioni e le facciano perdere lucidità.

Scrittura e ricerca interiore

Scrive fittamente e qua e là irrompono gli eventi bui della storia che, tuttavia, non la distolgono dallo studio e dalla scrittura. Legge Jung, ama Rilke, traduce i russi. Etty cerca qualcosa senza sosta.
Nello scrivere quotidiano, nell’appuntare alcuni dettagli, non solo acquisiamo la sua prospettiva, ma il suo mondo interiore piano piano si dispiega e tutto di lei viene esposto alla luce, anche i suoi difetti e le sue incoerenze: ci portiamo dentro proprio tutto, Dio e il cielo e l’inferno e la terra e la vita e la morte e i secoli, tanti secoli. Si mette a nudo di fronte a se stessa e comincia ad ascoltarsi dentro, hineinhorchen. Si rende conto che affrontare la realtà richiede lealtà in primo luogo con se stessi; anche quando in Olanda le restrizioni si fanno più forti e il 29 giugno del 1942 giunge la notizia che in Germania e nei territori occupati sono stati uccisi 700.000 ebrei. Questa bruttura non ferma Etty che continua imperterrita a scandagliare il suo cuore fino a non lasciarsi più guidare da quello che si avvicina da fuori, ma da quello che s’innalza dentro.

Cielo sopra, cielo dentro

Si imbatte finalmente nella parte più profonda di sé che, senza indugio, lei chiama Dio. Quella parte di me, la parte più profonda e la più ricca in cui riposo è ciò che io chiamo Dio. È per questa intuizione che Etty diventa straordinaria. Il cielo che ha dentro e quello sopra di lei sono la stessa cosa e non fa altro che cercare di scriverlo con le parole che ha, lei stessa ammette che non è facile spiegarlo, ma è chiaro e certo: Dio è lì con lei, in lei. E questo è l’unico aspetto che valga davvero la pena affrontare e approfondire anche in tempi come quelli, perché riguarda tutti gli uomini, nessuno escluso, nemmeno il soldato tedesco arrogante. Così, dalla sua scrivania, Etty comincia la sua rivoluzione e la sua grande ricerca: trovare Dio negli uomini: amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio.

Dio diventa il suo interlocutore quotidiano, il suo compagno di viaggio e questo le dà la forza di non fuggire, anzi, vuole condividere il destino del suo popolo fino alla fine ed essere utile là dove si troverà ad essere, là dove Dio ha dei progetti per lei: mio Dio, che progetti hai in serbo per me? Dalle tue mani accetto tutto come viene, mio Dio. So che è sempre bene. Nel periodo più drammatico del Novecento, Etty scrive un anti-dramma tanto da poter affermare: il buffo è che non mi sento nelle loro grinfie, sia che io rimanga qui, sia che io venga deportata[…]mi sento soltanto nelle braccia di Dio. Anche il dolore non viene celato o scacciato, ma affrontato per quello che è realmente. Il problema, sostiene, non è il dolore vero, ma l’idea del dolore […] quella va distrutta. Perché è preconcetta e, in quanto tale, indebolisce gli uomini, costringendo la loro vita tra inferriate immaginarie. Se vengono distrutti questi pregiudizi, allora si libera la vita vera e la vera forza che sono in noi, e allora si avrà anche la forza di sopportare il dolore reale, nella nostra vita e in quella dell’umanità.