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Tassare è bellissimo: l’ultima ideologia dei progressisti (e di qualche liberale) - Seconda parte

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Questo statalismo, per definirlo impropriamente, definisce la sinistra italiana più di quella di altri paesi (se escludiamo Corea del Nord, ovviamente). L’elemento interessante però è un altro: a farle compagnia nella banda dei Tassatori vi sono anche molti che con la sinistra non si intonano e che si (auto) definiscono liberali. Ricordate Tommaso Padoa-Schioppa, ministro dell’Economia nel secondo governo Prodi, e il suo «le tasse sono bellissime»? Ebbene, egli certo con la tradizione di sinistra niente aveva a che fare. Era l’esponente massimo di quel liberalismo dirigista e pianificatore che, tra l’altro, ci ha regalato questa Unione europea dominata dalla tecno burocrazia.

E Mario Monti? Un liberale classico, direbbe di sé. Eppure non solo le tasse con il suo governo le ha alzate, ma ritiene che sia necessario farlo ancora, e che la sola idea di ridurle equivalga a una bestemmia. L’unica differenza tra la sinistra e i liberal-gabellieri, entrambi sostenitori di un ordine coartato che è l’opposto dell’ordine spontaneo, sta in questo: i primi in fondo non sono troppo preoccupati dal debito pubblico, mentre per i secondi la sua riduzione è un autentico feticcio, una fobia nel senso psicanalitico del termine.

Se le tasse si abbassassero, rischierebbero di impazzire, i progressisti e i liberal-tassatori: una ragione in più per tagliarle.

Marco Gervasoni, 27 giugno 2019

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