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Promessi Sposi (Alessandro Manzoni)

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Prendete gli ordini di Sua Eccellenza, Antonio Ferrer, raccontati nel Ventottesimo capitolo de I promessi sposi, e metteteci i decreti di uno qualsiasi dei nostri commissari europei, togliete il pane, e aggiungete energia elettrica o gas. Poco cambia. Senza parlare della folle idea di controllare i prezzi, che il medesimo pubblico ufficiale aveva disposto nel Dodicesimo capitolo del romanzo.

Ne esce il primo e più incisivo trattato, inascoltato, di economia liberale in lingua italiana, a opera di Alessandro Manzoni. Ferrer, appunto, «pubblicò una grida, con la quale, a chiunque avesse granaglie o farine in casa, veniva proibito di comprarne né punto né poco, e ad ognuno di comprar pane, per più che il bisogno di due giorni, sotto pene pecuniarie e corporali, all’arbitrio di Sua Eccellenza; intimazione a chi toccava per uffizio, e a ogni persona, di denunziare i trasgressori; ordine a’ giudici, di far ricerche nelle case che potessero venir loro indicate».

«La moltitudine aveva voluto far nascere l’abbondanza col saccheggio e con l’incendio; il governo voleva mantenerla con la galera e con la corda. I mezzi erano convenienti tra loro; ma cosa avessero a fare col fine, il lettore lo vede: come valessero in fatto ad ottenerlo, lo vedrà a momenti. E poi è facile anche vedere, e non inutile l’osservare come tra quegli strani provvedimenti ci sia però una connessione necessaria: ognuno era una conseguenza inevitabile dell’antecedente, e tutti del primo, che fissava al pane un prezzo così lontano dal prezzo reale, da quello cioè che sarebbe risultato naturalmente dalla proporzione tra il bisogno e la quantità».

Si parte con il controllo dei prezzi, con la predisposizione dei tetti, si passa poi al razionamento, e agli obbligati controlli giudiziari. Un libro, degli orrori, già scritto. «A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte; le strade, un indicibile spettacolo, un corso incessante di miserie, un soggiorno perpetuo di patimenti. Gli accattoni di mestiere, diventati ora il minor numero, confusi e perduti in una nuova moltitudine, ridotti a litigar l’elemosina con quelli talvolta da cui in altri giorni l’avevan ricevuta. Garzoni e giovani licenziati da padroni di bottega, che, scemato o mancato affatto il guadagno giornaliero, vivevano stentatamente degli avanzi e del capitale; de’ padroni stessi, per cui il cessar delle faccende era stato fallimento e rovina; operai, e anche maestri d’ogni manifattura e d’ogn’arte, delle più comuni come delle più raffinate, delle più necessarie come di quelle di lusso, vaganti di porta in porta, di strada in istrada, appoggiati alle cantonate, accovacciati sulle lastre, lungo le case e le chiese, chiedendo pietosamente l’elemosina, o esitanti tra il bisogno e una vergogna non ancor domata, smunti, spossati, rabbrividiti dal freddo e dalla fame ne’ panni logori e scarsi, ma che in molti serbavano ancora i segni d’un’antica agiatezza…».

Nicola Porro, Il Giornale 10 settembre 2022