Esteri

Trump-Xi, l’Europa resta a guardare

Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

Finito il summit di Pechino, è scattato il rito e Il dibattito si è appiattito su un registro calcistico, come se Trump e Xi si fossero sfidati in una finale di Coppa del Mondo. I commentatori si sono divisi con proterva indifferenza per i fatti, che raccontano una storia più sobria, quella di un pareggio strutturale e inevitabile. Chi si ferma alla forma, alle strette di mano, ai toni melliflui delle dichiarazioni congiunte, può pensarla altrimenti, ma la sostanza è altrove, e non potrebbe essere altrimenti. Usa e Cina da sole generano quasi la metà dell’economia globale nominale, con gli Stati Uniti che contribuiscono per circa il 27% e la Cina per il 17% del PIL mondiale.

Il summit arriva dopo un conflitto commerciale parossistico: dazi americani fino al 145%, embargo cinese sulle terre rare, in una escalation simmetrica e autolesionista. L’accordo di Ginevra di maggio 2025 aveva aperto una tregua da 90 giorni. Poi Busan, poi la Corte Suprema Usa ha dichiarato incostituzionale parte dei dazi IEEPA, limandoli al 29,7%. Al tavolo siedono anche i vertici delle maggiori corporations americane: Tesla, Apple, BlackRock. La loro presenza è il segnale più eloquente che nessuna retorica protezionistica ha reciso i fili che tengono insieme le due economie.

La chiave analitica è l’interdipendenza strutturale. La Cina ha bisogno del mercato americano, del dollaro come lubrificante degli scambi, della libertà di navigazione. L’America dipende dalle terre rare cinesi, dai microchip taiwanesi, dalla catena manifatturiera che Pechino controlla. Quando Trump tassa al 145%, Xi risponde con l’embargo sulle terre rare. Entrambi si fanno del male. Tertium non datur.

HORMUZ

Punto cogente di convergenza: lo Stretto deve restare aperto. Xi ha dichiarato interesse ad acquistare più petrolio americano per ridurre la dipendenza dalla rotta. La Cina paga un prezzo esiziale ogni volta che i passaggi energetici si chiudono. L’Iran è un problema condiviso: né Washington né Pechino possono permettersi un Golfo Persico imprevedibile.

TAIWAN

Qui le retoriche si separano. Xi ha avvertito: “Conflitti se il tema fosse mal gestito.” È la linea rossa su cui nessun leader cinese può tergiversare senza perdere legittimità interna. Trump l’ha lasciata nel verbale senza raccoglierla. Pragmatismo o acquiescenza? La distinzione è dirimente ma (per ora) non chiarita.

LE CREPE INTERNE

La superficie levigata di Pechino occulta fratture serie: disoccupazione giovanile oltre il 20%, crollo immobiliare, decapitazioni ai vertici militari ben oltre le mitiche purghe di Mao. Le debolezze americane sono esibite nella trasparenza un po’ caotica tipica delle democrazie. Quelle cinesi, invece, vengono censurate, sottratte sistematicamente. L’attivo commerciale da 1.200 miliardi è il tallone d’Achille della “Fabbrica del mondo”: se i mercati si contraggono, la fabbrica rallenta e soffre prima (e più) di chiunque, nella catena del valore.

I RISULTATI DI TRUMP

Sul piano dei risultati Trump porta a casa qualcosa. La Cina ha acquistato 200 aerei Boeing, primo ordine di jet commerciali americani dai tempi di Obama. Pechino si è impegnata su acquisti agricoli ed energetici nei prossimi tre anni: soia, petrolio, gas naturale liquefatto. Sul dossier Iran la convergenza è significativa: entrambe le parti concordano che Hormuz deve restare aperto e che Teheran non potrà mai dotarsi di armi nucleari. Infine Xi ha accettato l’invito alla Casa Bianca per il 24 settembre, ovvero un segnale di stabilizzazione del canale diplomatico che un anno fa sembrava impensabile.

IL VERDETTO DEI MERCATI

Wall Street in rosso, borse europee in netto calo. I “fantastici accordi commerciali” rivendicati da Trump sull’Air Force One sono in realtà poca cosa rispetto alle attese. Lo stesso Trump ha ammesso che di dazi “non abbiamo parlato”: la proroga della tregua oltre novembre resta in standby. Andrew Gilholm di Control Risks ha così sintetizzato: “La Cina gestisce gli Stati Uniti più con la deterrenza che con le concessioni” È la descrizione di un rapporto di forza che il summit ha reso visibile a chiunque guardasse oltre le strette di mano.

Permane a valle di questo Summit, la sensazione di essere al cospetto di una diarchia instabile tra due superpotenze esposte, condannate a compromessi continui, ciascuna ossessionata dall’altra. Attorno a questo asse l’Europa, che avrebbe titolo per sedersi al tavolo con il 23% di PIL, contempla la scena con la consueta, elegante impotenza.

Giulio Galetti, 17 maggio 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Lo sapevi che...

Da oggi puoi seguire Nicolaporro.it su Google visitando questa pagina e cliccando ‘Segui su Google

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it
L'inferno è pieno di buone intenzioni

SEDUTE SATIRICHE

Campo larghissimo mondiale - Vignetta del 17/05/2026 - Sedute Satiriche di Beppe Fantin

Campo larghissimo mondiale

Vignetta del 17/05/2026