Doveva essere una vicenda di bambini, nient’altro. Bambini da proteggere, da ascoltare, da seguire. E invece siamo finiti nel solito tritacarne politico-giudiziario. Ormai la storia la conoscete: una famiglia dell’Abruzzo vive in un bosco, i figli vengono portati in una casa famiglia e all’improvviso scatta l’allarme istituzionale. Un caso che diventa nazionale, il governo che parla di “sequestro”, magistrati che ribattono indignati e nel frattempo i bambini – come sempre – sono quelli che pagano.
Tutto questo mentre viviamo in un Paese dove una coppia etero o (soprattutto) gay può comprare bambini all’estero – sì, perché l’utero in affitto questo è – dove i servizi sociali chiudono un occhio su situazioni che di “alternativo” non hanno nulla, ma che sono pericolose davvero. Basti pensare alle famiglie rom, ai casi di cronaca e alle reali condizioni dei minori in determinate realtà. Però se ti azzardi a crescere i tuoi figli in una casa nel bosco, con istruzione parentale regolarmente autorizzata, vaccinazioni in regola e certificazioni tecniche sull’abitazione… allora sì, qualcuno si sveglia. E picchia forte.
Il ministro Carlo Nordio è stato chiaro: “strappare un bambino dalla famiglia è un atto estremamente doloroso e grave”, promettendo “accertamenti profondi”. Matteo Salvini va oltre, parlando di “sequestro” compiuto “in maniera indegna, preoccupante, pericolosa e vergognosa”, invitando magistrati e assistenti sociali a “non rompere le scatole”. Dall’altra parte, l’Anm difende l’operato del tribunale dell’Aquila spiegando che tutto si basa su “elementi oggettivi” e su finalità “esclusivamente protettive”. L’ordinanza, aggiunge il segretario Maruotti, sarebbe addirittura “stramotivata”. Insomma: loro litigano. I bambini restano in una stanza della casa famiglia.
Ed è qui che le incoerenze saltano agli occhi. Perché in Italia conosciamo bene casi in cui l’intervento dei servizi sociali è arrivato tardi, tragicamente tardi. Bambini lasciati per anni in famiglie violente, nonostante le continue segnalazioni dei vicini, degli insegnanti, dei medici. E alla fine arriva la tragedia: un bimbo picchiato a morte, una bambina uccisa da un genitore fuori controllo, minori lasciati in case che erano vere bombe a orologeria.
Madri con disturbi psichiatrici gravissimi di cui le autorità erano perfettamente a conoscenza, ma che hanno continuato a occuparsi dei figli senza alcun controllo, fino agli epiloghi che tutti ricordiamo: bambini trovati senza vita, nonostante anni di allarmi inascoltati. Padri violenti già denunciati mille volte, che avrebbero dovuto essere allontanati da quel nucleo familiare, e invece sono rimasti lì, fino al giorno in cui gli assistenti sociali hanno dichiarato di “non aver avuto indicazioni sufficienti” per intervenire.
“Come devono stare? Sono distrutti”. Così l’avvocato Mario Fazzini, parlando con l’Adnkronos, a proposito del padre di Elia, il bambino di 8 anni trovato morto l’altro ieri nell’abitazione di Calimera, in provincia di Lecce, e dei nonni del piccolo che risiedono nel piccolo centro della Grecìa salentina. A ucciderlo probabilmente è stata la madre, Najoua Minniti, detta Gioia, 35 anni, ex compagna dell’uomo, il cui corpo è stato recuperato in mare a Torre dell’Orso in provincia di Lecce sempre martedì. L’ipotesi degli inquirenti è infatti quella dell’omicidio-suicidio. La donna avrebbe ucciso il piccolo e poi si sarebbe gettata in mare. La sua vettura non è stata ancora trovata. Sul corpo del bambino, nel corso di una prima ricostruzione cadaverica, sono stati trovati segni di soffocamento. Saranno le autopsie a fare maggiore chiarezza.
Uno degli ultimi casi è quello registrato a Calimera, nel leccese, dove il piccolo Elia di 8 anni è stato ucciso dalla madre Najoua Minniti, detta Gioia, a sua volta morta suicida. Ecco cos’ha detto l’avvocato del padre del piccolo: “Per quanto mi riguarda c’è stata una sottovalutazione della situazione da parte degli organi competenti, dai Servizi sociali al Centro di salute mentale. Anche se è facile dirlo con il senno di poi però è così”. Lo scorso 16 dicembre dell’anno scorso il padre del piccolo, separato dalla compagna da un paio d’anni, all’insaputa dei legali, si recò all’Ufficio Servizi sociali del Comune e presentò un esposto in cui riferì le parole che la donna gli aveva detto quel giorno stesso. “‘Saluta bene Elia perché lo porto con me'”, avrebbe detto Najoiua. E ancora: “È già capitato che io sia andata di fronte al mare con la macchina. Ritieniti responsabile di qualsiasi cosa capita a me e a Elia’”.
Come spiegato dal legale, i Servizi sociali attivarono immediatamente un provvedimento di urgenza ‘403’, che prevede l’intervento in autonomia della pubblica autorità al fine di garantire la protezione e la sicurezza alle persone minori di età rispetto a pericoli gravi e immediati nell’attesa di provvedimenti da parte del Tribunale per i Minorenni. Ma ecco cos’è accaduto: “Ma il pm ritenne di non procedere con quell’articolo e di invertire l’onere del collocamento. Quindi spostò il bambino da casa della mamma a quella del papà e dei nonni, inibendo alla mamma di vedere il bambino se non in maniera protetta finché non ci fosse stata una relazione dei Servizi sociali e del Csm. In appena un paio di mesi, secondo me in maniera frettolosa, sono arrivate queste relazioni in cui si diceva sostanzialmente che il bambino aveva manifestato di stare bene sia con la mamma che col papà e che la signora non mostrava grosse criticità e pericolosità. Questa cosa è stata recepita anche dal pm che ha proposto l’archiviazione in maniera molto frettolosa”, continua l’avvocato.
In casi come questo o come quello avvenuto a Muggia sì che sarebbe servito zelo. In quei casi sì che i magistrati e i servizi sociali avrebbero dovuto bussare, entrare, proteggere. E invece no. Arrivati troppo tardi, quando tutto era già finito. Ma quando una famiglia sceglie di vivere in campagna, in una zona boschiva, con tre bambini che – come conferma il loro avvocato Giovanni Angelucci – “sono vaccinati, non hanno problemi di socialità e neppure di scolarizzazione, e l’abitazione ha l’idoneità statica”, allora lo Stato scatta, colpisce, interviene come se avesse davanti chissà quale emergenza. Un doppio standard che non si può più ignorare.
L’avvocato della famiglia insiste: “Questi bambini hanno più relazioni vere di tanti coetanei che magari hanno amici virtuali sul telefonino”. E la mobilitazione spontanea dei cittadini – quasi un’intera comunità – lo conferma. Persino online la petizione “salviamo la famiglia che vive nel bosco” ha superato le 90mila firme. Quanto alla scuola, nessun mistero: l’istituto comprensivo ha ratificato l’istruzione parentale. Tutto documentato, tutto autorizzato.
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E ora questi bambini dove sono? In una casa famiglia. La madre può vederli poco, dorme altrove. Hanno tra i 6 e gli 8 anni. E sì, “sono scossi”, come racconta il legale, ma cercano di resistere: “vivono la situazione in maniera forte e positiva perché sanno che sono nel giusto”. La verità è che questo Paese non sa proteggere chi rischia davvero. Quando servono interventi rapidi, non arrivano.
Quando servirebbe una mano, ci si gira dall’altra parte. Quando una famiglia vive in un bosco, invece, lo Stato si accorge improvvisamente di avere poteri, doveri, regole. L’Italia sembra essere un po’ questa: un Paese dove i bambini davvero in pericolo possono rimanere invisibili per anni, ma quelli che giocano in mezzo agli alberi diventano un caso nazionale.
Franco Lodige, 23 novembre 2025
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