Politiche green

Ufficiale: la transizione verde ha ucciso l’Europa

Tra decarbonizzazione, crisi energetica e perdita di competitività: perché Bruxelles dovrebbe ripensare le proprie priorità

ursula von der leyen europa green deal Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Nel convegno “Tra Geopolitica e Decarbonizzazione” tenutosi  al Politecnico di Milano, il Prof. Chiesa, apprezzato per la sua capacità di rendere accessibili temi complessi attraverso una sintesi efficace e una chiarezza espositiva rara, ha guidato il pubblico tra dati, modelli e implicazioni strategiche, offrendo una lettura strutturata e rigorosa del rapporto tra energia, economia e clima.

Uno degli aspetti più significativi emersi riguarda il percorso di decarbonizzazione dell’Europa. Come chiaramente illustrato attraverso l’identità di Kaya, la riduzione delle emissioni di CO₂ nel continente è stata effettivamente consistente negli ultimi decenni, ed attribuibile in larga parte a due fattori principali: il miglioramento dell’efficienza energetica e lo sviluppo delle fonti rinnovabili. La diminuzione dell’intensità energetica del sistema economico e la progressiva riduzione dell’intensità carbonica dell’energia consumata hanno consentito all’Unione Europea di distinguersi rispetto ad altre grandi aree economiche globali. Tuttavia, questo risultato ha avuto un costo non trascurabile.

La transizione energetica europea si è accompagnata a un aumento dei costi dell’energia e a una perdita di competitività industriale, con fenomeni significativi di delocalizzazione verso Paesi caratterizzati da vincoli ambientali meno stringenti e prezzi energetici più bassi. In altre parole, una parte della riduzione delle emissioni è stata ottenuta anche attraverso una contrazione della produzione interna. Nonostante questi sacrifici, appare sempre più evidente che l’Unione Europea non raggiungerà gli obiettivi climatici che si è prefissata, mettendo in luce i limiti delle politiche adottate finora.

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Questo scenario si inserisce in un contesto più ampio di crisi energetica strutturale che sta coinvolgendo il continente. L’elevata dipendenza dalle importazioni, unita alla volatilità dei mercati globali e alle tensioni geopolitiche, ha esposto l’Europa a una marcata vulnerabilità, rendendo urgente una riflessione sulle fondamenta del proprio sistema energetico.

A livello globale, il quadro è ancora più complesso: mentre l’Europa riduceva le proprie emissioni, il resto del mondo le ha aumentate di circa il 70%, evidenziando come gli sforzi europei, pur rilevanti, abbiano un impatto limitato su scala planetaria. In questo contesto, considerando che la decarbonizzazione può essere perseguita lungo due direttrici principali, ridurre l’uso di fonti fossili oppure investire in tecnologie di cattura e stoccaggio della CO₂ (CCS), sorge spontaneo un interrogativo strategico cruciale: è più efficiente continuare a investire in tecnologie costose e dai potenziali risultati assai limitati come la CCS che non aiutano minimamente nella crisi energetica che stiamo vivendo, o conviene concentrare le risorse sulla riduzione del consumo di combustibili fossili di importazione?

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L’Unione Europea si trova oggi di fronte a un’opportunità cruciale: ridefinire con chiarezza la propria politica energetica. Più che perseguire la decarbonizzazione come obiettivo isolato, sarebbe forse strategico orientare le scelte verso la riduzione della dipendenza energetica dall’estero, puntando con decisione su resilienza del sistema, sicurezza degli approvvigionamenti e sostenibilità nel lungo periodo. Solo attraverso un approccio pragmatico e integrato sarà possibile costruire un sistema energetico realmente solido e competitivo.

Gianluca Alimonti, 17 giugno 2026

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