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L'ANALISI

Green Deal: Gozzi, l’Europa smetta di pensare al suicidio

Il presidente di Federacciai avverte: l’Ue rischia la deindustrializzazione. Serve un cambio di paradigma

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La difficoltà dell’Europa nel reagire al rapido mutamento degli equilibri globali e la progressiva perdita di lucidità strategica stanno alimentando una narrazione sempre più diffusa: quella di un Occidente avviato verso un declino irreversibile con il Green Deal. È una convinzione che, secondo il presidente di Federacciai Antonio Gozzi, ha ormai rafforzato anche gli avversari dei valori occidentali, convinti che l’Europa possa essere sfidata senza conseguenze. In un intervento sul Foglio, Gozzi osserva come riconoscere gli errori sia oggi l’esercizio più difficile per una classe politica rimasta ancorata a un mainstream consumerista, ambientalista e di estremizzazione finanziaria che appare ormai superato.

I numeri che raccontano il declino europeo

Il bilancio degli ultimi vent’anni dell’Unione europea, secondo Gozzi, è impietoso. Nel 2005 il Pil europeo era sostanzialmente equivalente a quello degli Stati Uniti, mentre oggi vale circa due terzi di quello americano, molto probabilmente a causa del Green Deal. Ancora più significativo è il dato sul Pil pro capite, passato da una sostanziale parità a un livello che non supera il 60 per cento di quello statunitense. A questo si aggiunge la riduzione del numero di grandi imprese europee nelle classifiche mondiali e un ritardo sempre più grave nelle tecnologie di punta come intelligenza artificiale, biotecnologie e spazio. Tutti segnali che mostrano un progressivo ridimensionamento del peso dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina.

Green Deal e iper-regolamentazione: un modello da rivedere

Secondo il presidente di Federacciai, l’Europa si trova oggi a un vero bivio. Da un lato può proseguire lungo la strada del Green Deal, caratterizzata da un atteggiamento percepito come anti-industriale e da una iper-regolamentazione che sembra pensata per appesantire e scoraggiare le imprese. Dall’altro, può scegliere di invertire la rotta con coraggio, rimettendo in discussione l’impianto ideologico delle politiche climatiche dell’era Timmermans che, fino a oggi, hanno penalizzato gli investimenti industriali e innescato un processo di deindustrializzazione sempre più evidente. Gozzi sottolinea come cambiamenti radicali non siano ancora visibili e come manchi una reale percezione dell’urgenza di agire.

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Industria al centro e autonomia strategica europea

Per adeguare le politiche europee al nuovo contesto geopolitico, secondo Gozzi è “drammaticamente necessario cambiare paradigma”. Rimettere l’industria al centro non deve essere uno slogan, ma una scelta concreta volta a restituire competitività al sistema produttivo e a costruire una vera autonomia strategica europea. La transizione energetica, avverte, non può trasformarsi in un deserto industriale né l’Europa può continuare a fare “la prima della classe” quando il resto del mondo non segue la stessa strada. Per realizzare questa svolta serve un ampio consenso politico e sociale, anche perché tra le imprese cresce un malessere profondo che attraversa i territori e le associazioni industriali.

Energia, Ets e neutralità tecnologica

Nel suo intervento, Gozzi richiama la necessità di una riflessione profonda sul sistema Ets, sottolineando come gli sforzi europei non abbiano prodotto una reale riduzione delle emissioni globali, aumentate del 70 per cento dal 1990. Mentre l’Unione registra un calo significativo, Stati Uniti, Cina e India continuano a incrementare le proprie emissioni. Da qui la proposta di riportare il mercato Ets alle origini, limitandolo agli operatori industriali e alle utilities ed escludendo gli intermediari finanziari che hanno trasformato le quote in strumenti di speculazione. Centrale diventa anche il tema dell’energia, con la consapevolezza che le rinnovabili sono necessarie ma non sufficienti e che servirà un mix energetico in cui gas e nucleare di nuova generazione avranno un ruolo fondamentale.

Regole, difesa e sovranità industriale

Gozzi individua ulteriori nodi cruciali nel superamento delle criticità legate all’iper-regolamentazione europea, a partire dalle direttive Csrd e Csdd, che gravano le imprese di responsabilità sempre più difficili da sostenere. Accanto a questo emerge la necessità di rafforzare l’autonomia digitale europea, sviluppando infrastrutture proprie, piattaforme di intelligenza artificiale a supporto della manifattura e competenze avanzate nel quantum computing, settore in cui l’Europa può ancora competere ai massimi livelli. Anche la sicurezza assume un ruolo centrale, con il rafforzamento dell’industria della difesa e l’introduzione di strumenti di tutela come barriere doganali, golden power e una revisione del ruolo della burocrazia europea, considerata oggi un potere autoreferenziale che ostacola ogni cambiamento.

Il ruolo dell’Italia nella svolta europea

In questo scenario, l’Italia viene indicata da Gozzi come un attore chiave per promuovere la svolta europea. I conti pubblici in ordine garantiscono al Paese forza e credibilità per chiedere un cambio di rotta che eviti la desertificazione industriale. Una visione sintetizzata efficacemente nella frase pronunciata dalla presidente del Consiglio all’Assemblea di Confindustria: “Se la transizione diventa desertificazione industriale è un disastro, perché in un deserto non c’è nulla di verde”. Un monito che riassume il senso di una sfida decisiva per il futuro dell’Europa.

Enrico Foscarini, 10 febbraio 2026

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