Economia

IL CASO

Stellantis, il silenzio imbarazzato della sinistra sui disastri del Green Deal

Schlein, Conte e Fratoianni-Bonelli non hanno niente da dire su svalutazioni, gigafactory fermate e fabbriche a rischio. Mutismo totale sul fallimento dell'elettrico

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Ventidue miliardi di euro di svalutazioni Stellantis legate all’elettrico non sono una fluttuazione contabile: sono una sentenza industriale. Eppure, di fronte al disastro, il silenzio di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra è assordante. Nessuna presa di posizione netta, nessuna autocritica, nessuna parola sulle fabbriche italiane e sugli operai che dovrebbero essere il loro riferimento naturale. Non è distrazione, è imbarazzo politico.

La ragione è evidente: quel disastro ha un padre preciso nelle scelte che questi partiti hanno sostenuto con convinzione a Bruxelles. Green Deal, Fit for 55, stop ai motori endotermici senza una reale valutazione dell’impatto industriale. Decisioni accompagnate da una fede ideologica incrollabile e da una leggerezza sorprendente verso le conseguenze economiche e occupazionali.

La transizione imposta e il dogma dell’elettrico

Per anni Pd, M5s e Avs hanno raccontato la transizione ecologica come un percorso inevitabile e virtuoso, riducendo ogni critica a resistenza reazionaria. Quando qualcuno faceva notare che l’auto elettrica richiede meno componenti, meno manodopera e una filiera radicalmente diversa, la risposta era sempre la stessa: formazione, riconversione, fondi europei. Mai un dubbio sulla sostenibilità industriale del modello, mai una riflessione sul tempo necessario per riorientare interi distretti produttivi.

Oggi quel tempo si è rivelato un’illusione. Le filiere non si riconvertono “con lo schiocco delle dita”, come ha ricordato Alessandro Cattaneo (Fi), osservando che la svolta elettrica “non è sostenibile” se imposta con questa rapidità e senza investimenti coerenti. Ma questo era chiaro da anni. Lo era per chi guardava ai numeri, non agli slogan.

Il caso Termoli: la realtà che smentisce la narrazione

La decisione di Acc di fermare definitivamente il progetto della gigafactory di Termoli e di Kaiserslautern, salvando solo il sito francese di Billy-Berclau/Douvrin, è l’ennesima conferma di una strategia industriale europea che penalizza l’Italia. Non un fulmine a ciel sereno, ma l’esito prevedibile di dinamiche di mercato ignorate a lungo.

A Termoli sono in gioco 1.780 lavoratori, competenze costruite in oltre mezzo secolo e un territorio che ha fatto dell’automotive la propria ossatura economica. Stellantis promette continuità lavorativa, parla di e-Dct e di motori conformi a Euro 7, ma il messaggio di fondo è chiaro: l’elettrico, così come è stato progettato politicamente, non regge. E mentre i sindacati chiedono produzioni meccaniche per garantire prospettive reali, la sinistra politica resta muta.

Il silenzio come ammissione di colpa

Questo silenzio non è casuale. È la conseguenza diretta di anni di voti favorevoli, di documenti approvati senza battere ciglio, di una narrazione che ha sostituito l’analisi economica con la morale ambientale. Pd, M5s e Avs sanno che parlare oggi significherebbe spiegare perché hanno sostenuto una transizione che produce svalutazioni miliardarie, fabbriche in bilico e occupazione a rischio.

Carlo Calenda ha definito la situazione di Stellantis “un disastro annunciato”, ricordando come la produzione italiana sia crollata a 370 mila veicoli contro i 2,8 milioni della Spagna e avvertendo che nel 2027 potrebbe non restare una fabbrica attiva. Numeri che pesano come macigni e che rendono ancora più imbarazzante l’assenza di una posizione politica da parte di chi per anni ha difeso quelle scelte.

Operai invisibili, coerenza smarrita

C’è un paradosso che colpisce più di ogni altro: nel momento in cui gli operai dell’automotive affrontano le prospettive più cupe degli ultimi decenni, la sinistra che si proclama loro alleata sceglie di tacere. Non per prudenza, ma per evitare di “metterci la faccia”. Ammettere l’errore significherebbe riconoscere che la transizione ecologica è stata gestita contro l’industria e non insieme ad essa.

Il risultato è una politica che parla di giustizia sociale solo quando non deve misurarsi con la realtà dei bilanci, delle catene di montaggio e dei licenziamenti. Il disastro Stellantis non è un incidente di percorso, ma il conto che arriva dopo anni di scelte ideologiche. E il silenzio della sinistra è, forse, la più sincera delle ammissioni. Elly Schlein, Giuseppe Conte e il duo Fratoianni-Bonelli non hanno niente da dire. Nemmeno per chiedere scusa.

Enrico Foscarini, 7 febbraio 2026

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