Ricostruzione. Questo il mantra che dovrebbe ispirare i porti italiani, nella complessa prospettiva di un Mediterraneo che torni ad essere centrale nello scenario dell’interscambio mondiale via mare.
Lo ha affermato con chiarezza il presidente di Federagenti, Paolo Pessina, in occasione dell’assemblea annuale della Federazione degli agenti marittimi italiani svoltasi a Civitavecchia. Lo ha rimarcato in una sua lettera inviata allo stesso Pessina, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che, dopo oltre 80 anni di sottovalutazione colpevole da parte di politica ed establishment, ha tentato e tenta di far capire al Paese che il mare è la chiave di lettura per il successo e per il rilancio economico dell’Italia.
Italia che – come sempre accade – è bravissima nelle emergenze, ma altrettanto brava a farsi del male quando le opportunità sarebbero sfruttabili e pianificabili; Italia che ha davanti a sé un’occasione forse irripetibile: non quella di intervenire negli oltre 65 conflitti in atto nel mondo, tantomeno in quelli in Ucraina, nel Golfo Persico e in Medio Oriente, ma quella di generare, attraverso scelte economiche e infrastrutturali le premesse per accelerare un’opera di ricostruzione finalizzata a riqualificare anche le condizioni di vita, nei Paesi che più duramente sono colpiti dai conflitti.
Le cifre, parziali e purtroppo soggette a una revisione al rialzo, sono di per sé – come emerso nella relazione del Presidente di Federagenti – impressionanti: l’Ucraina allo stato attuale prevede di dover investire 588 miliardi di dollari per ricostruire infrastrutture, centrali elettriche, porti, abitazioni.
Per la Siria si parla di 216 miliardi di dollari, per il Libano il solo costo del recente conflitto con Israele supera i 14 miliardi; mentre per l’Iran i danni prodotti dai recenti bombardamenti sforano quota 350 miliardi.
Per Gaza un minimo di 80 miliardi. Complessivamente a spanne, per i soli Paesi nell’epicentro delle crisi, senza contare la Russia, un “conto”, provvisorio, di oltre 1200 miliardi.
Il che per l’Italia – come rimarcato dalla premier – significa premere sull’acceleratore di quel Piano Mattei che comunque, passo dopo passo, sta già producendo risultati importanti anche per le aziende italiane.
Ma ora i riflettori spostano il loro cono di luce sui porti: e dai porti dovranno partire materiali per l’edilizia, carichi eccezionali, centrali elettriche, materiale per gli ospedali.
L’Italia, che vanta una tradizione consolidata nell’engineering, non può farsi trovare impreparata. Dall’assemblea Federagenti è scaturito un segnale forte e chiaro: per raggiungere risultati concreti che significano anche un ruolo internazionale sempre più importante, bisogna partire dai porti: i porti che sono e che saranno (come traspariva dal titolo dell’Assemblea di Federagenti) dovranno essere determinati dalla domanda, non dalla voglia di amministratori locali di fregiarsi dell’ennesimo terminal container, più bello e performante di quello di un porto – solo apparentemente concorrente – a meno di 100 km di distanza.
I porti dovranno diventare la punta di una lancia di competizione internazionale, e per fare questo – ha sottolineato Pessina, in questo sostenuto anche dal presidente di Assoporti, Roberto Petri – dovranno essere plasmati dal mercato, non da campanilismi o localismi.
E in questo quadro di riferimento si inserisce la sfida per una vera riforma della portualità che dovrebbe attribuire poteri di pianificazione a una Super Authority centralizzata in grado di compiere specie nel campo delle infrastrutture decisioni di priorità e di concentrazione dei finanziamenti. Finanziamenti che – come emerso dai lavori dell’Assemblea di Civitavecchia – dovranno traguardare un riutilizzo dell’enorme risparmio che caratterizza la struttura economica italiana e favorire anche attraverso l’abbattimento delle strozzature burocratiche, da parte dei grandi Fondi infrastrutturali che sino a oggi si sono tenuti ben alla larga dall’Italia.
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