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Un’ordinaria storia di illegalità cinese

Premetto di avere tanti amici Cinesi. Persone serie, che lavorano con impegno e rispettando le regole. Però vi racconto del mio primo stabilimento: Via dell’Artigiano a Cerea, provincia di Verona.

I miei vicini di stabilimento sono dei Cinesi, ma non i classici vicini di fabbrica con i quali ti vai a presentare, scambi due parole e ti confronti sui classici temi socio/economici. Questi hanno incollato alle finestre scatole di cartone (per non vedere dentro), il citofono rotto e nessuna insegna fuori dal capannone ( cosa strana per un’azienda).

La cosa più preoccupante però, che mi ha fatto al tempo telefonare alle forze dell’ordine (e che purtroppo non sono intervenute) era la particolare puzza di cibo che ogni tanto usciva da quello stabilimento e che invadeva il nostro. Un odore diverso dalla classica parmigiana, “pasta e fasoi” veneta, o i tortellini in brodo che fanno nelle nostre mense aziendali.

Infatti, un pomeriggio, ricordo benissimo di aver visto uscire da quella azienda un uomo che dal fosso di fronte ha preso una bella pantegana. Oltretutto più volte diverse persone si recavano fuori dallo stabilimento per espletare i loro bisogni fisiologici. Era un capannone che non conosceva sabato o domenica. In due anni che sono stato lì non sono mai riuscito a capire in quanti vivessero all’interno e in quali condizioni igieniche operassero. Il rispetto delle regole igienico/sanitarie deve essere tassativo ed imperativo per tutti!

Ed una volta per tutte smettiamola con questo “politically correct” dove ci sentiamo quasi noi, cittadini onesti, in colpa nel denunciare situazioni di questo tipo perché impauriti dall’essere etichettati come razzisti. Che siano Cinesi, Tedeschi, Italiani o Brasiliani chi lavora in queste condizioni di sfruttamento e scarsità di igiene deve essere denunciato.

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