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Usa o Cina, l’Europa scelga con chi stare

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Si acutizza il conflitto tra Stati Uniti e Cina e non è una buona notizia per l’Europa. Lo scontro peggiora perché ovunque l’economia perde colpi a causa dell’emergenza, le tensioni sociali aumentano (meno reddito, meno prospettive) e ciascuno dei contendenti cerca di prendere vantaggio colpendo i punti deboli dell’avversario. L’Europa negli ultimi dieci anni si è tenuta in bilico fra le due potenze, che da amiche si trasformavano in nemiche, tentando di conservare intatta l’alleanza con gli Stati Uniti senza allentare i legami di business con la Cina. Più il contrasto si inasprisce, meno facile diventa l’acrobazia equilibrista dell’Europa.

La Cina alza il volume della propaganda, ma sembra in difficoltà. La reticenza nella fase iniziale dell’epidemia ha moltiplicato timori e sospetti nel mondo ostacolando gravemente l’espansione economica: non solo dazi americani, anche barriere agli ingressi societari in vari Stati e frequenti rimpatri di produzioni delocalizzate. La crescita economica, il vero collante che tiene insieme la nazione, è minacciata e ciò aumenta la tensione interna. L’attitudine aggressiva nei mari asiatici, aggravata dal colpo di mano a Hong Kong, è la via migliore per creare una coalizione di antagonisti: Giappone, Taiwan, Vietnam, Australia, India. La Cina appare oggi sovraestesa sul piano strategico: sfida economica, sfida politica, sfida militare sono un triplice impegno difficile da sostenere. È un azzardo che le dittature compiono spesso come mostra la storia della Germania post-bismarckiana o quella dell’Unione Sovietica dopo il 1945.

Gli Stati Uniti sembrano in ripresa sul piano economico (disoccupazione in calo già a maggio), spingono con grande forza gli investimenti tecnologici (spazio, AI), riscrivono il piano delle alleanze dando spazio alle potenze asiatiche (India, Giappone, Sud Corea invitate al G7) e mettendo ai margini l’Europa riluttante a schierarsi o addirittura antagonista (la Germania di Angela Merkel). Il principale handicap americano è la divisione interna, l’acre contrasto dell’establishment con Donald Trump: il voto di novembre deciderà.

In Europa sta accadendo di tutto: il virus con il suo seguito di crolli economici ha smosso convinzioni nel tempo erette a dogmi, riclassificato gerarchie di potere e obbligazioni fra Stati, spinto a ripensare strategie internazionali. La Bce compra titoli a man bassa e travolge ogni limite nelle iniezioni di liquidità (confermando le obiezioni della Corte costituzionale tedesca), la Commissione lavora per rilassare le norme sugli aiuti di Stato, il Recovery Fund lascia intravvedere fra le nebbie del futuro la silhouette di un debito europeo. Non è un disegno organico di revisione degli assetti comunitari, piuttosto sembra una corsa, un po’ affannosa, a trovare rimedi per evitare tracolli nelle economie più deboli. Di fatto, però, cambia l’assetto ideologico dell’Unione: più mainstream (in stile Fed o BoJ), meno ordoliberale (ma i giudici di Karlsruhe possono sempre ricordare, se ci saranno ricorsi contro il Pepp, che la Bce ha un potere delegato via Trattati dagli Stati sovrani).

A compensare c’è la stretta sugli Stati con alto debito, la crescente spinta a disciplinare i bilanci futuri: più liquidità messa in circolo, più controlli sulle politiche di spesa. La campagna per l’adozione del Mes, di cui è primo cantore il Pd, partito supereuropeo (ovvero franco-tedesco), sta tutta in questo scambio. Il relax ideologico con cash al seguito per superare l’emergenza economica è pagato con una verticalizzazione del potere che fuoriesce dalle capitali più fragili (meno libertà di spesa, meno aziende nazionali) e si concentra nella Bce e negli Stati più forti (per economia o per tradizione politico-istituzionale).

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