Vi spiego che significa essere imprenditori in Italia

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L’Italia è una Paese libero, grazie al cielo! Tutti se hanno un’idea, un’intuizione, un progetto, possono pensare di aprire una azienda. Quando un imprenditore, o aspirante tale, decide di dare vita ad una attività produttiva perché lo fa? Per diventare “ricco”? No! O perlomeno non è il solo e primo pensiero. Chi fa impresa nel nostro Paese lo fa per far crescere la Nazione inseguendo il proprio sogno. È facile puntare il dito contro gli imprenditori etichettandoli come sfruttatori ed evasori quando sono loro che creano posti di lavoro ed opportunità.

Ci troviamo difronte a scelte che molto spesso ci sembrano più grandi di noi. Ci svegliamo di notte spesso senza motivo angosciati dai risultati, dagli inseguimenti dei budget e fatturati. Dobbiamo costantemente motivare le persone e noi siamo soli perché nessuno ci motiva: dobbiamo automotivare anche noi stessi. Chiediamo prestiti agli istituti di credito, dobbiamo onorare ogni singolo pagamento. E ci mancherebbe che non lo facessimo; ne va della nostra reputazione che è ben più importante del rating aziendale. Lavoriamo con onestà, rispetto e dedizione. Ci capita anche di licenziare le persone. Sfido chiunque a farlo rimanendo impassibile, anche se è per motivi più che giustificati.

Capita di sbagliare strategie, di vedere morire progetti ed idee. Quando succede spesso anche gli ambienti di casa assumono colori grigi e plumbei. Ma noi sappiamo di non potercelo permettere perché la casa è “sacra” e, quindi, nascondiamo la frustrazione dietro un sorriso ed una apparente serenità. Essere imprenditore è anche tutto questo con l’aggravante che se sei un imprenditore italiano ti trovi a dover pagare più tasse di tutti i tuoi colleghi europei. Costi energetici più alti, adempimenti burocratici più complessi e tuoi dividendi molto più contenuti. Dietro una piccola, media o grande azienda di successo Italiana c’è anche tutto questo!

Ricordiamocelo, tutti! Perché questa descrizione riguarda tutti noi. Imprenditorie, artigiani, commercianti, lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti. L’Italia è un Paese libero, grazie al cielo! Tutti possono aprire una azienda ma pochi, o troppo pochi, lo fanno. Sostenere l’impresa oggi è sostenere l’Italia! Sostenere l’impresa è responsabilità di tutti noi!

Giordano Riello, 2 settembre 2020

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24 Commenti

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  1. Chi continua a fare impresa qui, ancora peggio chi inizia a fare impresa qui da zero il motivo uno solo:non ha tutte le rotelle in ordine.

  2. Coloro che rinfacciano agli imprenditori la loro ricchezza, dimenticano un piccolo particolare: anch’essi sono liberi di fare gli imprenditori.Troppo difficile e complicato. troppo rischioso e faticoso? Benissimo, si trovino un altro lavoro e lascino operare in santa pace chi si sente di affrontare l’impresa. Il problema grosso è che viviamo in uno Stato rackettaro. “Ah, tu vuoi lavorare? vuoi arricchire, eh? Bene bene, adesso ci pensiamo noi ad inquadrarti come si deve, a dirti come devi regolarti, e guai a te se sgarri di una virgola”. Questo Stato comunista, che finge di non esserlo, tratta gli imprenditori come “carne da produzione”; con la scusa di sottrarre la classe operaia al bieco sfruttamento capitalista, sottopone a tale sfruttamento i datori di lavoro. Non mi pare proprio che in Italia vi sia libertà d’impresa; l’unica libertà, condizionata, è quella concessa al capitalismo assistito dalla politica politicante. Assistito coi soldi dei veri imprenditori.

  3. Sostenere l’impresa significa sostenere l’Italia.
    A patto che sia ben chiara la distinzione tra gli interessi dell’ imprenditore e quelli dell’ impresa, perché nel concetto di impresa sono compresi anche altri fattori come i diritti dei lavoratori, dei consumatori o utenti, le esigenze ambientali, la sostenibilità ecc.
    L’impresa è tutto questo e non soltanto un “eroe” che si sveglia la mattina per creare beneficenza e portare benesse al prossimo senza pensare al suo. E mi stupisce, senza citare Machiavelli, che un imprenditore che opera sul campo tra mille difficoltà possa presentare una visione così edulcorata del fare azienda.
    In realtà gli imprenditori offrono un salario in cambio di forza lavoro e quindi solo indirettamente creano occupazione, che è soltanto strumentale al raggiungimento del loro obiettivo che è il profitto e la crescita della loro attività.
    Fare profitto significa accumulare quattrini per migliorare il tenore di vita, per accedere a servizi migliori e prodotti di qualità, tutte aspirazioni ovviamente legittime.
    Si può fare imprenditoria con umanità, paternalisticamente, concedendo qualcosina in più ai propri dipendenti oppure, ancora oggi, trattarli come servi da usare e gettare quando non servono più (con qualche rammarico)
    I bravi imprenditori, sfruttando soprattutto questi meccanismi, diventano ricchi e continuano ad assicurare anche ai propri dipendenti la possibilità di vivere.
    Tutti gli altri, quelli che falliscono per “colpa” dello Stato oppressore, in realtà sono degli incapaci che non sanno fare neanche i conti per valutare se la loro azienda sopravviverà qualche mese in più.
    Direi quindi di finirla col raccontare favolette che cominciano con:
    “C’era una volta un imprenditore benefattore……”

    • Ma.
      Esistono molte altre sfumature tra le sue affermazioni:
      “I bravi imprenditori, diventano ricchi e continuano ad assicurare anche ai propri dipendenti la possibilità di vivere.”
      e
      “Tutti gli altri, in realtà sono degli incapaci che non sanno fare neanche i conti.”

      Potrebbero esserci bravi imprenditori che non diventano ricchi ma che assicurano ai propri dipendenti la possibilità di vivere.
      Oppure.
      Bravi imprenditori che non diventano ricchi ma che si suicidano perchè la pubblica amministrazione non li ha pagati e per conseguenza non assicurano ai propri dipendenti la possibilità di vivere.
      Oppure.
      Potrebbe arrivare una pandemia che ti fa chiudere e mandare a casa i dipendenti, nonostante il saper far di conto.
      Non vado oltre, ci sarebbero anche altri esempi. In buona sostanza è la vita sottoposta agli eventi (e questo vale anche per le persone), per quanto uno organizzi e progetti, alla fine siamo delle bandierine al vento.

      • Sig. leo, preferisco che ognuno esprima la propria opinione senza entrare in polemiche e confronti personali.
        Tuttavia confrontando i milioni di imprenditori che ci sono nel mondo con pandemie e suicidi (per quanto terribili), credo che siamo introno allo 0,00000000000000001 per cento.
        Anche meno.

        • Mi scusi, erano esempi, era solo per affermare che tutto non è solo bianco o nero e che la distanza fra i due colori non è lo 0,00000000000000001%.
          Inoltre, sotto al commento, esiste la funzione “Rispondi” in genere utilizzata per interloquire, utilizzata anche da lei.

  4. In un Paese come il nostro, dove il potere pubblico – ossia lo Stato che scriviamo con la maiuscola – è qualcosa di sacro, alla maggioranza dei cittadini è stato insegnato che colui che si dedica all’iniziativa privata lo faccia unicamente per denaro – lo sterco del demonio come direbbe questo papa “portegno”. Invece, lo fa per realizzarsi nell’ampio senso del termine…

    Troppi ormai sono convinti che coloro che hanno di più è perché altri hanno di meno; è la solita leggenda socialista, secondo la quale la ricchezza sarebbe come una torta, per cui chi ha più fette od ha fette più grandi è perché altri non hanno fette o quelle che hanno sono più piccole. In pratica, secondo tale criterio, la ricchezza sarebbe qualcosa di finito; invece, è il concetto più equivoco che si possa sostenere.

    Infatti, il patrimonio più prezioso nella nostra esistenza, non sono le limitate risorse naturali, ma quello che chiamiamo il “capitale umano”, ossia, l’intelligenza correttamente applicata; la capacità, l’intraprendenza, l’intuizione, il coraggio oltre a tante altre condizioni dove non manca nemmeno la circostanza, ovvero, quello che l’autore libanese Nassim Nichol Taleb ha descritto nel suo eloquente CIGNO NERO: il caso ed anche la fortuna, quando c’è.

    Sono, dunque, gli individui con il loro particolare capitale umano che trasformano idee in azioni, aggiungendo valore a ciò che ha un valore intrinseco relativo, la farina per esempio che può essere trasformata in pane od in dolce più o meno apprezzati.

    Per cui, la torta della ricchezza cresce, aumentando sia il numero delle fette e le loro dimensioni. Tale la ricchezza, poi, viene distribuita – all’ombra del potere polico, quando lo permette -, in genere, secondo il merito che quello che alla Scuola Austriaca di economia hanno definito l’Ordine Spontaneo del Mercato, il quale, nel suo dinamismo, riconosce nel tempo e nel luogo.

    Ecco che il potere pubblico, contrariamente a ciò che Keynes sosteneva, non produce ricchezza; al contrario, la consuma e spesso la spreca ed ogni tanto la distribuisce seguendo criteri puramente politici; ed altrettanto spesso favorendo i suoi associati…

    In Italia, dunque, gli imprenditori sono dei veri eroi perché devono eternamente combattere e resistere alla famelica prepotenza dello Stato che si appropria del frutto dello sforzo e del merito dei suoi migliori cittadini ridotti a sudditi.

  5. Trovo l’analisi dell’amico Giordano molto lucida e veritiera. Da imprenditore di seconda generazione (anche se a volte mi sento di prima generazione fra crisi del 2008 e attuale Covid) ritengo che oggi fare impresa sia difficilissimo. Già la parola ‘impresa’ la dice lunga è un impresa fare impresa e scusate il gioco di parole. Di una cosa però sono certo…..mai come oggi l’imprenditore e i suoi collaboratori sono stati così vicini. Solo uniti si potrà vincere ed uscire da questo momento storico così difficile che troveremo un giorno nei libri di storia.
    Saluti a tutti
    Danilo Casadei

  6. Che uno che si cimenta a fare l’imprenditore lo faccia per far crescere la Nazione e non per arricchirsi, mi pare falso. Prova ne sia la delocalizzazione di molte imprese italiane all’estero degli ultimi 20 anni, giustamente attratti dal costo del lavoro più basso. All’imprenditore che delocalizza non gliene può fregare nulla del fatto che il proprio paese si impoverisce, ma piuttosto del fatto che la sua azienda sopravviva e che faccia profitti.

    Di sicuro fare l’imprenditore in Italia significa una cosa: consegnare allo Stato almeno la metà di ciò che guadagna con le tasse. E questo non è pagare le tasse, ma subire un’estorsione. Che poi pagare un sacco di tasse per cosa? Per mantenere una burocrazia lenta e inefficiente? Per mantenere i tanti parassiti che campano con la politica? Per non ricevere nulla in cambio, tipo infrastrutture più moderne?

  7. Io mi chiedo se è così facile fare impresa in Italia, se gli imprenditori riescono ad arricchirsi sulle spalle dello stato e sfruttando i dipendenti, se sono dei privilegiati perché coloro che sono in attesa di lavoro o si sentono sfruttati non provano a diventare una partita Iva?

    • Perché è meglio lo stipendio fisso e sicuro e parlare a vanvera: anche il reddito di cittadinanza va bene o la disoccupazione. Del resto gli imprenditori ladroni se vanno in ferie non riscuotono, le maternità non sono tetribuite, tfr non pervenuto, 13esima?

      • Lucia la mia era una domanda ironica.
        Chi ha voglia di lavorare 15/16 ore al giorno, lottare con la burocrazia, rischiare il proprio capitale?
        Quelli del RdC?
        Figuriamoci

        • MarinaVb
          Infatti ci provano in tantissimi invece di prendersi la miseria dei salari che ci sono oggi in Italia. Non immagini quante persone ogni anno si licenziano dal posto fisso.
          Le partite iva in italia invece sono quasi 5 milioni e mezzo!
          Quindi non diciamo fesserie.

      • MarinaVb
        Infatti ci provano in tantissimi invece di prendersi la miseria dei salari che ci sono oggi in Italia. Non immagini quante persone ogni anno si licenziano dal posto fisso.
        Le partite iva in italia invece sono quasi 5 milioni e mezzo!
        Quindi non diciamo fesserie!

        • sinceramente ho conosciuto più gente che ha lasciato la pi per andate a fare l’ operaio con un misero stipendio , ma sicuro e senza pensieri

  8. L’obiettivo primario delle manovre borghesi in tempi di crisi economica e finanziaria come quelli che stiamo attraversando è di salvare il capitale finanziario (dunque le banche, gfli istituti finanziari, e quindi la speculazione borsistica); non a caso dallo scoppio della bolla immobiliare americana del 2007, al fallimento della Lehman  Brothers nel 2008, al covid la crisi si è estesa non solo alla gran parte dei paesi del mondo, ma ha toccato profondità mai sconosciute.
    La crisi finanziaria si è rapidamente trasformata in crisi economica; il capitale ha per l’ennesima volta confermato le leggi scoperte dal marxismo: più si sviluppa, più le sue crisi di sovrapproduzione sono devastanti, gettando nella rovina masse sempre più ampie di proletari in tutto il mondo.
    I borghesi hanno un modo soltanto di “uscire dalla crisi” del loro sistema economico e sociale: farla pagare soprattutto alle masse proletarie, ai senza-riserve,  a coloro che non possiedono nulla se non la forza lavoro che il capitale sfrutta nelle sue galere-fabbriche, e che quando non ne ha bisogno o le costa troppo rispetto ai profitti che deve accumulare, se ne disfa come merce in subero. Naturalmente, nelle crisi economiche ci vanno di mezzo anche strati di piccola borghesia e qualche grande borghese va anch’esso in rovina, ma non c’è confronto rispetto ai milioni di proletari che vengono colpiti dalla disoccupazione, dalla miseria, dalla fame.
    Articoli idioti come questo confermano tutto ciò.

    • Kim, l’interesse che destano i tuoi interventi è pari a quello delle relazioni del Politburo del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica: zero. In più ci si ritrova con gli zebedei disintegrati.

      Se vuoi che qualche impavido si spinga nella lettura oltre le prime cinque righe senza addormentarsi, cerca di cambiare tono. Non siamo a Mosca negli anni Cinquanta: il calendario è quello del 2020.

      Terzo millennio, la Rete, il digitale, YouTube: hai presente quelle cosine lí?

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