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Vi spiego qual è l’unica strada per salvare la Lega

Da secessionista a nazionalista fino al campo moderato. Quale futuro per la Lega di Salvini?

salvini giorgetti

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Le vicende interne alla Lega, con le tensioni tra Matteo Salvini e il suo luogotenente più in vista (Giancarlo Giorgetti), obbligano a riflettere sul passato, sul presente e sul futuro del movimento che fu creato da Umberto Bossi ormai tre decenni fa e che ancora oggi continua a giocare un ruolo non secondario nella politica romana.

In fondo, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, dato che l’intera storia della Lega è segnata da inversioni di rotta sul piano politico-ideologico e da intrighi di Palazzo sul piano della gestione. Il modo in cui Roberto Maroni prima conquistò il potere interno e poi lo perse, a favore appunto di Salvini, evidenzia quanto la Lega sia sempre stato un partito leaderista, e questo anche quando Bossi è uscito di scena spazzato via dagli scandali e da questioni di salute. Oggi si gioca un’altra partita a base di veleni e complotti, il cui esito forse non è scontato: anche se tutto lascia pensare che il segretario uscirà vincitore. Non è chiaro, a ogni modo, quale Lega emergerà alla fine di questa fase travagliata.

Nelle sue radici più profonde, la Lega voleva interpretare l’aspirazione all’autogoverno delle varie regioni del Nord. Quello che nel 1991 venne unificato nel congresso di Pieve Emanuele con la creazione della Lega Nord era un gruppo di movimenti autonomisti (sorti in Veneto, Lombardia, Piemonte ecc.) che puntavano verso una riscrittura in termini federali dell’ordine costituzionale. È a queste “leghe” che il professor Gianfranco Miglio offrì il suo appoggio. Già con Bossi, però, una prima giravolta si ebbe nel momento in cui fu chiaro che il Senatur era assai più interessato ai benefici (politici e non solo) del potere centrale, che a riforme volte a creare autogoverno e concorrenza istituzionale. Per anni, di conseguenza, la Lega utilizzò i voti che otteneva al Nord per incassare una qualche posizione di governo e sottogoverno.

Quella Lega ha ottenuto risultati elettorali modesti, fino a quando Salvini non s’è inventato leader di un partito nazionalista e italiano. Dalle “piccole patrie” in lotta con Roma all’alleanza con l’estrema destra di Le Pen e degli altri sovranisti il passaggio fu assai brusco, ma premiante sul piano elettorale. Salvo il fatto che in tal modo la Lega aprì la strada a Giorgia Meloni: anche perché se proprio uno deve optare per una prospettiva di stampo nazionalista, sempre meglio l’originale invece della copia. Non pago di ciò, Salvini s’è poi inventato leader moderato quando ha voluto giustificare l’ingresso nel governo guidato da Mario Draghi. In fondo, il democristianissimo Giorgetti non ha fatto che ripetere – ma senza chiedere il permesso e in un momento inopportuno – cose che già il suo leader aveva detto qualche mese fa.