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“Vice – L’uomo nell’ombra”: il film manifesto della sinistra intollerante

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Se volete avere una prova eloquente, direi choccante, del livello di intolleranza raggiunto dalla sinistra intellettuale ormai quasi in tutto il mondo, fate un salto al cinema a vedere Vice –L’uomo nell’ombra, il film di Adam McKay su Dick Cheney, il due volte vicepresidente di George W. Bush (2001-2008).

Avrete l’opportunità – va detto – di assistere a una prova maiuscola dell’interprete principale, Christian Bale, che, non solo attraverso la magia del trucco, raggiunge livelli di somiglianza impressionanti. Complimenti sinceri: una lezione per molti attori italiani, ormai abituati solo a personaggetti irrisolti, drammi da tinello, cinquantenni spaesati, modeste crisi esistenziali.

Ma, per tutto il resto, il film è una specie di volantino propagandistico. Per evidenti ragioni, non ne svelo la trama, ma l’approccio è questo: George W. Bush? Un minorato mentale. Dick Cheney? Un delinquente intrallazzatore, posseduto dalla smania del potere. Sua moglie? Legata a lui più come socia in affari (e nella scalata al potere) che in un matrimonio. Donald Rumsfeld? Un pazzo guerrafondaio senza neanche la sottigliezza di Cheney. Antonin Scalia? Un azzeccagarbugli pronto a offrire soluzioni giuridiche di comodo per i potenti.

C’è da restare senza fiato nel vedere tanta violenza applicata a un gigante (Scalia è stato forse il giurista americano più importante del secolo scorso) e tanta rozzezza scaraventata contro quelli che vanno considerati nemici culturali e politici del regista. Ai quali nemici non va offerta nessuna sfumatura, nessuna ipotetica ragione, meno che mai un’ombra di buona fede o di umanità. Niente: sono mostri, e come tali vanno rappresentati, sembra dirci McKay.

Di là, le bestie repubblicane. Di qua, si presuppone, gli angeli democratici. Intendiamoci bene: da sempre l’America (nella politica e nella cultura) conosce scontri duri, senza esclusione di colpi. Ma anche con un reciproco riconoscimento di fondo (“right or wrong, it’s my country”), con l’accettazione anche del tuo avversario – se risulta vincitore – come “tuo” presidente.

La sensazione è che oggi, da Hollywood ai giornaloni (New York Times e Washington Post, divenute gazzette faziose e perfino scatenate), questo reciproco riconoscimento sia stato cancellato. Vale per il presente: per Donald Trump, che va esorcizzato come se fosse un demonio. E vale anche per il passato: con film come questo costruiti per distruggere la possibilità stessa di una memoria magari controversa ma condivisa.

Daniele Capezzone 7 gennaio 2019