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“Voglio morire”. La tragedia del bimbo che dà ragione a Valditara

La piaga del bullismo a scuola. I violenti al ragazzino: “Adesso gettati nel Piave”. Famiglia costretta a non mandarlo in aula

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“Meglio morire che andare a scuola”. È quanto avrebbe detto ai genitori con gli occhi gonfi di lacrime un undicenne di Treviso dopo l’ennesimo episodio di bullismo subito da alcuni compagni di scuola. Da mesi il ragazzino era vittima della furia dei bulli. Botte e insulti, pestaggi e soprusi, andati avanti per oltre un anno e rigorosamente filmati col cellulare per immortalare le ignobili bravate. Poi l’ultimo episodio, con una crudele richiesta da parte dei bulli: “Adesso gettati nel Piave”.

Questa volta, però, l’undicenne non ha ceduto alle minacce, ed ha trovato il coraggio di raccontare ai genitori tutte le angherie subite sia all’interno degli edifici scolastici che nello scuolabus, e questi hanno prontamente presentato denuncia contro i tre adolescenti per atti di bullismo e istigazione al suicidio.

Contestualmente, la famiglia dell’undicenne ha mostrato tutte le proprie rimostranze nei confronti dell’istituto scolastico, che a detta del padre avrebbe avuto una reazione inadeguata non prendendo sul serio le minacce. Vista la deludente gestione della vicenda da parte dell’autorità scolastica ai genitori non è rimasto altro che prendere atto della situazione e ritirare il proprio figlio dalle lezioni fin quando la scuola non riuscirà a garantire la sicurezza del figlio.

Ed è proprio questa la più grande sconfitta della scuola: costringere una famiglia a tenere a casa il proprio figlio pur di salvaguardarne l’incolumità. Dover negare il diritto allo studio di un ragazzino perché non in grado di garantire la sua sicurezza all’interno degli stessi edifici scolastici. Sentir dire ad un undicenne che preferisce morire piuttosto che frequentare le lezioni.

E allora, come non dare ragione al ministro Valditara quando sostiene che sono necessari degli interventi per punire i bulli e limitare gli episodi di bullismo? La scuola è un’autorità, e in quanto tale non può e non deve permettersi di mostrarsi completamente inerme dinanzi a simili episodi. Mettere la testa sotto la sabbia non è soluzione, e di certo non fa né il bene delle vittime né quello dei carnefici. In casi come questi dei provvedimenti vanno inevitabilmente presi. Con buona pace dei buonisti.

Salvatore Di Bartolo, 28 novembre 2022