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“Bulli da umiliare”. Perché Valditara ha ragione

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“Soltanto lavorando per la collettività, umiliandosi anche, evviva l’umiliazione che è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità, di fronte ai suoi compagni, è lì che si prende la responsabilità dei propri atti e fa lavori per la collettività. Da lì nasce il riscatto”.

Queste parole del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara hanno suscitato un putiferio. Tante le critiche. Io, invece, sono perfettamente d’accordo con lui. Sì, Valditara ha ragione da v-e-n-d-e-r-e. Il trattamento che si merita un bullo è l’umiliazione. E aggiungo: chi combatte contro il femminicidio dovrebbe avere maggiore sensibilità anche sul tema e sapere cosa succede nelle scuole a causa del bullismo.

Diciamolo: il bullismo è sempre esistito. Tutti noi abbiamo avuto a che fare con il bullo di turno. Ma non per questo va sottovalutato. E allora chiedo: un ministro può fare delle affermazioni come quelle che ho riportato sopra? Per me sì. E vi spiego perché.

Scrive oggi Granellini: “Quando intervistai un bullo redento, che adesso gira per le scuole a mettere in guardia i giovani contro il sé stesso del passato, mi spiegò che la sua bullaggine era sorta dal desiderio di incontrare un adulto che gli dicesse dei no. Lo aveva cercato invano, in famiglia e in classe, finché lo aveva trovato in un istitutore abbastanza severo da incutergli rispetto, ma anche abbastanza premuroso da perdere del tempo a guardarlo e ascoltarlo. Umiliare non educa, esattamente come blandire. L’unica cosa che educa, mi disse l’ex bullo, è sentirsi osservati”.

Bah, sarà pure come dice lui. Intanto, però, i bulli pentiti hanno umiliato, rovinato e – in certi casi –  indotto al suicidio altre persone. Della ricerca di attenzione o di ascolto del bullo pentito, quindi, mi frega poco. Avrebbe meritato calci in culo quando era giovane e bullizzava i suoi coetanei. E le scuole avrebbero dovuti inviduarli in tempo, senza eccedere nella comprensione: a causa loro, tanti ragazzi e tante ragazze, che non erano in grado di difendersi, hanno sofferto e soffrono ancora.

No, caro Gramellini. Quelle persone non vanno (troppo) comprese. Ai bulli servono i “no”, servono le punizioni. Altro che il sorriso comprensivo. Eh sì, il disastro della nostra scuola è figlio anche della pedagogia di sinistra.