Cultura, tv e spettacoli

Willie Peyote, il Che Guevara pro-maranza (ma col cachet borghese)

Dal palco di Milano il rapper strizza l’occhio ai violenti e attacca il governo. La rivoluzione è servita, ma guai a rinunciare agli incassi

Durante il suo concerto di Milano del 20 ottobre il rapper Willie Peyote, relativamente agli scontri di piazza dello scorso fine settimana, ha dichiarato di non condividere l’idea che la violenza vada sempre condannata. Il compagno, travestitosi per l’occasione da agitatore delle masse (dimenticando evidentemente di avere un contratto con l’etichetta multinazionale Universal), ha aggiunto che “quando ci preoccupiamo di più della violenza sulle cose che di quella sulle persone abbiamo già perso”, e ha indicato come molto più violente delle piazze le posizioni di chi parla di remigrazione, di italiani di serie B, di togliere il reato di femminicidio o di voltare le spalle ai morti di Gaza. Nella sua insalatona perbenista e squallida c’è pure spazio per Mario Roggero, il gioielliere condannato per aver sparato a due rapinatori in fuga.

Ci vorrebbe un attimo a confutare tutte le fandonie pressappochiste sparate da questo sedicente artista (talmente finto rivoluzionario da aver partecipato a ben due Festival di Sanremo, l’emblema della omologazione mainstream). Dalle accuse sulle deportazioni, che sarebbero dei legittimi rimpatri verso chi non rispetta le leggi o non ha titolo a trovarsi in Italia, sino alla presunta accusa di voler eliminare il reato di femminicidio: a Peyò, ma se l’ha introdotto la Meloni!! Meglio glissare invece su Gaza perché non c’è più sordo di chi non vuol sentire.

Il problema è ben più esteso e grave: le parole di Peyote sono gravissime e denotano come una fetta consistente dei violenti delle piazze compia questi atti anche perché indottrinata da cattivi maestri. I giovanissimi (alcuni nemmeno quattordicenni) non sanno niente del caro vita. Diventano l’incubatrice di quello che ascoltano dalla gente che promuovono come esempio culturale. Come, purtroppo, Willy Peyote.

E il rapper torinese, non condannando questi atti e inquadrandoli come reazioni comprensibili a un presunto sistema violento, altro non fa che equiparare il saccheggio di un negozio e l’aggressione alle forze dell’ordine alle politiche di un governo democraticamente eletto. È un’assonanza subdola che ha un effetto devastante: abbassare la soglia morale della violenza e renderla presentabile a un pubblico giovane.

Millantare ad esempio un “fascismo istituzionale” che non esiste, come fa Peyote, porterà alcuni giovanissimi a credere che le devastazioni nelle città li rendano i nuovi partigiani. Ma l’Italia del 2026 non è un regime. E questo lo sanno pure questi intellò che fanno i capipopolo ma che vendono i loro biglietti a prezzi piu che borghesi.

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Insomma, la sintesi più cinica è la seguente: un artista con migliaia di ascoltatori, molti dei quali giovani, ha usato la propria voce per relativizzare reati gravissimi. Tanto a lui cosa importa? Ha raggiunto il suo scopo: far parlare di sé, vendere qualche biglietto in più ai compagni da salotto, conquistare una bella fetta di ascolti su spotify e papparsi le royalties. Che importa se un quindicenne viene traviato dalle sue parole e compromette la sua vita per sempre?

Per questo le contromisure forse non possono limitarsi alla condanna verbale. Serve smetterla di trattare questi discorsi come mere opinioni artistiche. Siamo davvero sicuri che la libertà di espressione includa anche il diritto di aizzare i facinorosi e i violenti? Siamo certi che il paradosso della democrazia di Popper valga solo verso l’estrema destra?

Alessandro Bonelli, 22 ottobre 2026

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