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Il vertice Xi-Biden

Xi-Biden, l’incontro che può cambiare molto (anche in Ucraina)

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È terminato con una stretta di mano il vertice tra Joe Biden e Xi Jinping al G20 di Bali, il secondo incontro di persona tra i presidenti delle due superpotenze, dopo quello del 2012, quando l’allora vicepresidente americano si recò a Pechino. Il colloquio è durato per circa tre ore, toccando tutti i temi più caldi dell’attualità economica e geopolitica: dalla guerra in Ucraina a Taiwan, dal cambiamento climatico alle armi atomiche, fino alla Corea del Nord ed alle violazioni dei diritti umani in Tibet, Hong Kong e nella regione cinese dello Xinjiang.

La “linea rossa” di Taiwan

La questione dell’Isola di Formosa ha rappresento sicuramente il tema più spinoso. Biden ha assicurato che l’attuale strategia del Dragone non si fonda su “un’invasione imminente di Taiwan“. Anche se Xi ha ribadito la secca posizione del regime: “Chiunque cerchi di dividere Taiwan dalla Cina violerà gli interessi fondamentali della nazione cinese: il suo popolo non lascerà assolutamente che ciò accada”. E ancora: “Attraverso lo Stretto, la pace, la stabilità e l’indipendenza di Taiwan sono inconciliabili come l’acqua e il fuoco“. Una invasione che, quindi, avverrà sicuramente in futuro: da determinare solo il quando ed il come Pechino vorrà effettuarla.

Il nodo Ucraina

Eppure, nonostante le chiare e scontate divergenze su Taiwan, c’è un aspetto su cui gli interessi tra Usa e Cina sembrano conciliarsi: la guerra in Ucraina. Entrambi i leader hanno definito “irresponsabile” l’utilizzo, a scopo di deterrenza, dell’arma nucleare, tant’è che è lo stesso Xi ad aver confessato di essere “estremamente preoccupato per la situazione in Ucraina”. Una posizione che, quindi, potrebbe suscitare numerose preoccupazioni a Mosca, proprio perché la Cina è stata la principale potenza su cui Putin ha deciso di riversare le proprie forniture di gas e di petrolio, a seguito delle pesanti sanzioni dell’alleanza atlantica.

“Di fronte a una crisi globale e composita come quella in Ucraina, è importante riflettere seriamente su quanto segue: primo, conflitti e guerre non producono vincitori; secondo, non c’è soluzione semplice a una questione complessa; e terzo, il confronto tra i principali Paesi deve essere evitato”. Per questo, specifica Xi, “sosteniamo e attendiamo impazienti la ripresa dei colloqui di pace tra Russia e Ucraina e auspichiamo anche che Usa, Nato e Ue dialoghino con la Russia”. Uno scenario che, nei fatti, confluisce con le pressioni esercitate dagli Stati Uniti nei confronti di Kiev. Dalla liberazione di Kherson, infatti, la Casa Bianca sta intimando a Zelensky di optare per la soluzione diplomatica, per l’instaurarsi di trattative di pace che potrebbero evolversi con il “riconoscimento di una Crimea russa”, come già proposto dal consigliere dem Sullivan e dal super generale americano Miller.

Da una parte, quindi, gli Usa potrebbero esercitare la propria influenza sulle forze di resistenza ucraine, ancora oggi restie ad accettare una soluzione che non sia il ripristino dell’integrità territoriale; dall’altra, la Cina potrà agire sul lato russo, sfruttando l’apertura del mercato cinese (da un miliardo e mezzo di consumatori) fatta da Xi a Putin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Un conflitto, quello tra Kiev e Mosca, che quindi potrebbe risolversi grazie all’intervento cooperativo delle due superpotenze mondiali e che, se veramente riuscisse, segnerebbe la subordinazione di Putin alle decisioni del regime cinese, di fatto indispensabile per il sostentamento dell’economia russa (solo nel 2022, il lo stato russo perderà più del 10 per cento del proprio Pil).

“Nessuno ha democrazia perfetta”

Nonostante gli appelli di pace congiunti, però, il vertice è stato segnato anche da profonde divergenze, rese ancor più riconoscibili grazie ad una “conversazione franca ed aperta”, come affermato da Biden. La Casa Bianca non ha sottratto la propria volontà di continuare ad esercitare “una competenza vigorosa con la Cina”, ma senza sfociare in una ipotesi di conflitto armato. Non ci sarà quindi (almeno a parole) una “nuova guerra fredda”, così come assicurato anche da Xi: “Pechino non ha alcuna intenzione di sfidare gli Stati Uniti”.

Ma le frecciate non sono mancate. Dopo l’affondo di Biden sulla violazione dei diritti umani da parte di Pechino, Xi ha sentenziato: “Nessun Paese ha un sistema democratico perfetto”, fino ad arrivare ad un rovesciamento orwelliano del termine “democrazia”: “La libertà, la democrazia e i diritti umani sono il perseguimento comune dell’umanità e anche la missione del Partito comunista cinese: come gli Usa hanno una democrazia in stile americano, la Cina ne ha una in stile cinese“. Ma Pechino “continuerà a impegnarsi per lo sviluppo pacifico, aperto e vantaggioso per tutti, parteciperà e contribuirà allo sviluppo globale e perseguirà lo sviluppo comune con i Paesi di tutto il mondo”. E ancora: “Ci sono state e continueranno ad esserci differenze con gli Usa, ma non devono diventare un ostacolo alla crescita delle relazioni bilaterali”.

Relazioni bilaterali che si eserciteranno anche in una funzione di contenimento del regime nordcoreano della dinastia Kim, che nelle ultime settimane ha incrementato la frequenza dei propri test missilistici, fino ad arrivare a colpire la zona economica esclusiva del Giappone: “Non credo che la Cina voglia un’escalation da parte della Corea del Nord”, ha affermato il presidente americano. “Una guerra nucleare non dovrebbe mai essere combattuta e non potrà mai essere vinta”, ha subito riconfermato il dittatore cinese.

Matteo Milanesi, 14 novembre 2022