Dopo aver incassato il voto popolare, una parte della magistratura sembra sentirsi ancora più investita di una missione politica e morale che va ben oltre la propria funzione. Esattamente ciò che i meno “gratteriani” avevano previsto: non autocritica, non prudenza, non equilibrio, ma un’ulteriore accelerazione sul terreno dell’esposizione mediatica, del protagonismo e della supplenza politica.
Per ciò che li riguarda, la situazione è chiarissima: il messaggio uscito dalle urne viene interpretato come una consacrazione definitiva dell’idea che ogni emergenza giudiziaria debba trasformarsi in una mobilitazione permanente dell’opinione pubblica. Come se il popolo fosse corso alle urne, consapevolmente e compatto, al grido di “10, 100, 1000 Garlasco”, cioè reclamando un modello fondato sulla spettacolarizzazione dell’inchiesta, sul processo mediatico infinito e sulla convinzione che il sospetto valga più delle garanzie.
Il problema è che, in uno Stato di diritto, la giustizia dovrebbe essere tanto più rigorosa quanto più resta sobria, silenziosa e limitata dal diritto. Quando invece la magistratura si percepisce come l’unica vera custode della morale pubblica, ogni critica diventa lesa maestà.
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E così si entra in una spirale pericolosa: pm trasformati in figure salvifiche, talk show usati come tribunali paralleli, inchieste elevate a referendum etici permanenti. Con una conseguenza devastante: la giustizia smette di apparire imparziale e inizia ad assomigliare a un potere che cerca consenso, legittimazione emotiva e investitura popolare.
Chi aveva avvertito che certe derive avrebbero prodotto una magistratura sempre più politicizzata e corporativa oggi non può fingere sorpresa. Il punto non è difendere i corrotti o delegittimare le indagini: il punto è impedire che il confine tra giustizia e lotta politica venga cancellato definitivamente.
Luigi Marco Bassani, 8 maggio 2026
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