Cronaca

“A Garlasco è stato un vero e proprio depistaggio”

Milo Infante: "Non credo sia stata sciatteria, è stato un atto deliberato". L'ex comandante del Ris nega la ricostruzione della procura di Pavia

Milo Infante e il caso Garlasco
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È inutile far finta di niente o minimizzare, come gli ultimi “giapponesi” di Garlasco stanno cercando di fare. Il pasticcio del DNA fantasma rinvenuto sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi ha impresso una svolta irreversibile alla revisione per la condanna di Alberto Stasi. Lo ha ammesso persino l’avvocato dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Venditti, Domenico Aiello, ospite nell’ultima puntata di Quarta Repubblica, in onda tutti i lunedì su Rete4. Egli, infatti, avendo sostenuto a lungo l’infondatezza di una possibile richiesta di revisione, ha dovuto ammettere che la scandalosa vicenda portata in luce dagli attuali inquirenti avrà un peso non irrilevante nel legittimo tentativo di riabilitare l’ex “Biondino dagli occhi di ghiaccio”.

Nel merito del citato DNA fantasma, sul quale immagino stiano lavorando gli uomini di Napoleone per risalire alle eventuali responsabilità, va segnalata la coraggiosa, disperata difesa inscenata in tv dal generale Luciano Garofano, che all’epoca del fattaccio comandava i Ris di Parma. Una difesa che si è scontrata frontalmente con alcuni incontrovertibili dati di realtà oramai appaiono impossibili da smentire..

In particolare, Garofano ieri sera in tv ha ribadito che in quel frangente i suoi uomini hanno rispettato tutte le regole imposte dalla procedura, addirittura che ogni operazione sarebbe avvenuta nel contraddittorio delle parti, cioè con la presenza quindi anche dei consulenti di Alberto Stasi. La realtà sarebbe però diversa, come ha sottolineato Milo Infante, in collegamento a Quarta Repubblica: “È falso, è falso, questo è falso. Mi meraviglio che il Generale Garofano commetta un errore del genere, le analisi vengono fatte nei laboratori del RIS. Non c’è un pezzo di carta, non ci sono due righe scritte, non c’è un verbale, non c’è assolutamente niente, c’è solo un Capitano dei RIS che accerta che quanto trovato sui pedali non sia il DNA di Chiara, al contrario di quanto fatto da un suo collega il giorno prima”.

 

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Per quanto riguarda la possibilità che ci troviamo di fronte a mera sciatteria, il conduttore di Ore11 non sembra avere dubbi e dichiara: “Non credo sia stata sciatteria, è stato un atto deliberato, che non proviene da una sola persona. Ma saranno le indagini a dimostrarlo. La vicenda parte il 19 settembre 2007, quando un ufficiale dei Carabinieri che non doveva intervenire sulle analisi scientifiche perché non delegato dalla Procura analizza questo campione, prelevato astrattamente dalla bicicletta di Alberto Stasi. Dico astrattamente perché si scoprirà a 24 ore di distanza, a opera di un altro ufficiale, il Capitano Marino, che era invece stato delegato dalla Procura di Vigevano, che quel materiale non contenesse il DNA di Chiara Poggi. In quel momento, secondo quanto riferito oggi dalla Procura di Pavia, si scopre che la presenza del DNA sui pedali di Alberto sia una clamorosa bufala. Ci saremmo aspettati che arrivasse alla dottoressa Muscio, allora pm nella Procura di Vigevano, una telefonata, magari dal Generale Garofano in cui si faceva riferimento al sangue sui pedali, per poi ammettere l’errore”.

Purtroppo, cari amici vicini e lontani, tutto questo non avvenne. Dovettero passare oltre 18 anni prima di riportare in superficie una verità che avrebbe probabilmente cambiato il destino di un ragazzo che si era trovato nel posto sbagliato, al momento sbagliato e, è amaro doverlo riconoscere, passato al vaglio dagli inquirenti sbagliati. Una triade di fattori estremamente negativi che alla fine lo hanno condotto verso l’inferno di una lunga e ingiusta detenzione.

Claudio Romiti, 29 settembre 2026

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