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“A Sanremo ci sarà introspezione”. Ma andate a quel paese

Amadeus presenta ospiti, canzoni in gara, presentatrici e Zelensky: il Festival si preannuncia il solito baraccone

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L’avevamo detto: è un mondo meraviglioso, quello di Sanremo, un mondo senza peccati né stonati, un Eden dove le sorprese vengon giù come se piovesse. A catinelle proprio. Tutta roba di giornata, fresca come le ova, ma di uno sconvolgente, di un inimmaginabile da far cascare il mento, il naso e, eventualmente, anche più giù. En attendant prolasso, siamo comunque in pieno maelstrom, Amadeus è scatenato e ogni giorno i telegiornali fermano il mondo per far salire nuove novità di giornata. Ancora calde, fragranti come il croissant la mattina, tipo la reunion dei Pooh (l’anno scorso c’era stata giustamente quella dei Ricchi & Poveri, appena in tempo).

Stavolta tocca ai tre orsacchiotti, che hanno traccheggiato qualche anno, per creare la suspense!, come un tempo nella Settimana Enigmistica, ricordate?, ma era chiaro che ci sarebbero arrivati, nel giro si mormora più o meno dalle esequie di d’Orazio, il batterista prematuramente scomparso. Ma la nuova novità di nuovo vestita, non ci crederete, sta nei testi. Big Love Nose: [nelle 28 canzoni in gara quest’anno] “non c’è solo l’amore nelle varie sfaccettature, ma c’è molta introspezione, anche più che nel periodo del Covid”. In alcune addirittura, si scalda Repubblica, organo ufficiale del Pd e quindi del Festival, domina anche un senso di precarietà: “Oggi tutti fanno fatica ma dobbiamo anche sforzarci di pensare positivo e di dare valore ai gesti e ai sentimenti, anche a questo fanno riferimento le canzoni”.

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Beh, certo. Chiaro. Preciso. Le sfaccettature. L’amore, però anche molta introspezione. Con gente come Madame, Gianmaria, Will e Tananai, come fa a mancare l’introspezione. Dio, a voler essere proprio pignoli, son 73 anni che il conduttore di stagione promette molta introspezione tra i boccioli dell’amore. Anche Nunzio Filogamo. Anche “Grazie dei Fiori”, volendo, era molto introspettiva. “In mezzo a quelle rose ci sono tante spine/Memorie dolorose di chi ha voluto bene/Son pagine già chiuse/Con la parola fine”. Se le spine diventano troppo introspettive, sono cazzi.

Ma non finisce qui, anzi siamo solo all’aperinaso. Perché il direttore artistico, che poi è il conduttore, che poi è l’esaminatore, che poi è il trait d’union fra impresari, politica e industria, ha annunciato un cambiamento climatico quasi traumatico: “Nella serata finale quest’anno la gara conclusiva sarà tra cinque brani e non più tre come negli anni scorsi”. Madoo, ma questo è un colpo basso. Tutte queste emozioni insieme. “Le canzoni semifinaliste saranno sottoposte nella serata finale al televoto del pubblico (con peso del 34%), della giuria della Sala stampa, tv, radio e web che quest’anno voterà in maniera congiunta (con peso del 33%) e della giuria demoscopica (con peso del 33%)”. A memoria di cronista sanremese, quando in sala stampa si parlava di peso specifico di questa e di quella giuria, volavano affettuosi vaffanculi, ma facciamo finta che sia tutto vero. “Ho fatto molta fatica a escludere alcune canzoni, quest’anno ne sono arrivate circa 500”. Che cornucopia: roba da riempierci altri quindici venti Sanremi, ma c’è ancora qualcuno che lavora in questo miserabile paese o stanno tutti a fare rappettini per sordi e ignobili riciclaggi di robaccia anni Sessanta – Settanta – Ottanta? Comunque, in soldini & soldoni: siccome c’è da accontentare un po’ tutti, cantantucoli, impresari, pubblicitari, politicanti, alla finale ne portiamo 5 e morta lì la bestia. Le 5 probabilmente sono già belle e individuate, ma, come sopra, fingiamo brividi di possibilità.

Lovedeus è in fregola, dice, e anche questo è un retroscena sconvolgente, che “la macchina di Sanremo ogni anno mi dà nuove sensazioni, è come guidare una Ferrari e pian piano la metti a punto. Ogni Festival ha una sua personalità e rispecchia il momento storico. Questo dovrebbe essere molto più simile al primo, in totale libertà, e questo ci riporta a una bellissima normalità”. Nuove sensazioni, giovani emozioni: come sempre, l’Ama-rissimo che fa benissimo (alla Rai, non certo a noi) sprizza scintille di pensiero inafferrabile, nel senso che non hanno senso, sono il tripudio dello scontato pleonastico tautologico; le sue dichiarazioni sembrano insulse, ma non lasciatevi ingannare: lo sono davvero.

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Per continuare in tono, Ama non può esimersi dal celebrare l’altra parte di sé. Che non è la moglie ma Fiore: “Rosario è come fosse mio fratello [e che cojoni, amo capito], lo vorrei sempre [sic!], ma dipende da lui [arisic!]. Qualsiasi decisione prenda per me è ben accetta e lo sento ugualmente vicino anche se non verrà”. Ma viene, venire, viene sempre: è come amarsi da soli e figurarsi se la metà della sua metà si perde una passerella davanti a dieci, dodici milioni di pavlovianizzati. Ammò però tenetevi forte, perché adesso proprio il gioco si fa duro e i duri cominciano a spiazzare più d’un Carmelo Bene: ogni co-co-co-conduttrice “è un mondo”. Sì, mondo pizza. “Chiara Ferragni è una ragazza fortissima [e che vor dì?], l’ho invitata personalmente ogni anno [ah, beh, allora…] e quest’anno mi ha detto di sì [evvivona] In questo momento è famosa nel mondo ed è la prima di quel mondo. Mi piace che la gente possa vederla in carne e ossa e non solo su un cellulare”. Voi vedete la capacità innata, stupefacente di Big Nose Love di dir niente riducendo qualsiasi concetto al più bieco terrapiattismo. Insomma Chiara Ferragni è un mondo, è famosa nel mondo, è la prima di quel mondo. Manca solo l’analcolico biondo che fa girare il mondo. Ma poi, quale mondo? Quello delle creatrici digitali?

Silenzio, tocca a Francesca Fagnani che “ha un modo di fare giornalismo che piace molto ai giovani [eh?], originale, pungente ma senza mai essere arrogante, mi piace molto”. Ecco, Fagnani piace a lui, al suo manager, a quello di lei, a Enrico Mentana, ma ai giovani risulta non pervenuta e pure agli anziani, visto che il suo programma, “Belve”, si merita settimanalmente il premio “Chi l’ha visto”. Però siccome piace ad Ama, piace a tutti. Siamo al delirio di onnipotenza. Quanto a Paola Egonu “è una grande campionessa [ma dai?] e una ragazza molto sensibile [ma ci mancherebbe], vorrei che raccontasse la sua storia”. Angò? Tradotto dal banalese hard: l’abbiamo richiamata perché è chi è, è come è, le facciamo fare il solito pippone sugli italiani brava gente ma un po’ razzisti, che ne hanno di spaghetti da mangiare prima di diventare davvero inclusivi, mica come gli illuminati Turchi che nel frattempo alla grande campionessa l’hanno ingaggiata.

Dulcis in fundo, l’altraChiara, Francini: “Pensavo a lei già da un po’ di tempo [oooh!] e mi faceva piacere che nessuno l’avesse citata, così ci ho parlato tranquillamente [perché, se invece l’avevano citata come ci parlava? Animatamente? E peqquale motivo?]. È un’attrice molto brava che sa fare tante cose [come, prego? In che senso?]. Ognuna di loro pone l’accento su un argomento diverso e sono tutti argomenti importanti“. Ça va sans dire, da queste parti solo ragazze-mondo che maneggiano faccende importanti. Seduto in quel caffè, io già pensavo a te. Chissà come sarà contenta la compagna Francini (la è) di sentirsi definire una che nessuno aveva ancora citato, pensato. La Francini io no, non l’avevo considerata, le telefonerò, le offrirò pure un’ospitata.

Girandola conclusiva di fuochi d’artificio del pensiero forte coi due microbordelli che hanno lambito Madame, pentita vaccinale, e Giorgia, di cui è già trapelato il testo: entrambe contra legem, ma il nostro giurista everlasting se la cava così: “Madame io la valuto in quanto cantante e soprattutto non anticipo il lavoro della magistratura, sarebbe un grande errore estrometterla”. Eccerto. Poi cosa fatta, capo ha. Manco il Re Sole, oh: la legge è lui e solo lui, sentite come liquida l’affaire Giorgia: “c’è stato un errore, non c’è dolo, non c’è nulla, e io arbitro all’inglese”. Dichiarazioni che suonano lievissimamente intollerabili, se non parlassimo di un baraccone grottesco come Sanremo le si potrebbe definire eversive. C’è un regolamento, ma è solo di facciata, una presa per i fondelli: qualunque sia la violazione, interviene FlowerLover, che ha una concezione alla Concetto Lo Bello del suo ruolo, mescola giurisdizione e arbitraggio e tutto è sistemato. Dopo Ama, le deluge.

Il vero supermegaospite, comunque, resta lui, il tamburo principale della banda di Kiev, l’inflazionato, svalutato, scontato Zelensky, ormai gli mancano giusto le palette di “Ballando con le stelle”. A dispetto di una trattativa che, al confronto, i negoziati di pace in Ucraina sono una fregnaccia, il nostro AmaFiore sostiene di non averne saputo niente fino a Mara Venier. Qui l’affare s’ingrossa, ma, soprattutto, si complica. Perché nella pletora di prefiche tutte a cantare, introspettivamente, lo vedrete, le lodi della pace, l’urgenza della pace, la necessità della pace, l’inevitabilità della pace, la pace e l’ambiente, l’amore e il mondo migliore, il pane e le rose, questi hanno chiamato un esagitato che – in registrata – andrà a chiedere anzi pretendere ulteriori bastimenti stracarichi di armamenti. Poi si può discutere sulle ragioni ultime, possibilmente ora, non qui, che sono solo canzonacce, ma la sostanza questa è. Tu chiamala, se vuoi, aporia. Per uscire dall’impasse, per salvare capra e cavoli, pare che Zelly si produrrà in una cover di Morandi, tattà-tatta-tà.

Max Del Papa, 17 gennaio 2023