Politica

Referendum: vecchia sinistra, nuovo schiaffone

Italiani stanchi della sinistra del “no”: la valanga del non-voto all'affluenza affossa Schlein & Co.

Elly Schlein e Giuseppe Conte demoralizzati dallo scadente risultato del referendum Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Il flop di partecipazione ai referendum abrogativi promossi dalla sinistra radicale, guidata dalla Cgil di Landini, dal Pd della Schlein, dai 5 stelle di Conte e dall’AVS del duo Bonelli/Fratoianni, dimostra come gli italiani non si lascino irretire da messaggi intrisi di furore ideologico, ma preferiscano guardare alla realtà con pragmatismo. Alla fine, ai referendum abrogativi promossi dalla sinistra radicale è andato a votare poco meno del 30% degli aventi diritto. E all’interno di quel dato già basso, una fetta consistente ha votato contro i quesiti. Dunque, se si guarda con onestà politica ai numeri, si può affermare che oltre il 70% degli italiani si è espresso – tra astensione e voto contrario – contro l’agenda ideologica della sinistra.

Una sconfessione netta e sonora, che suona come una bocciatura della sinistra barricadera, incapace di parlare al Paese reale. Ingabbiata nella sua propaganda, la sinistra è stata inghiottita dalla voragine demagogica che ha scavato con le sue stesse mani, isolandosi non solo dal sentire comune, ma anche dai riformisti con cui un tempo condivideva almeno un’idea di futuro. Ora resta solo il vuoto, e una distanza sempre più profonda tra i professionisti del “no” e un elettorato che guarda avanti, non indietro.

Il vero problema del mercato del lavoro in Italia non sono i licenziamenti: al contrario, negli ultimi anni si è registrato un aumento dei contratti a tempo indeterminato. La questione centrale da oltre vent’anni riguarda piuttosto salari stagnanti e una produttività inferiore rispetto alla media europea. I referendum proposti contro i residui del riformismo renziano non hanno suscitato una mobilitazione popolare significativa. Lo stesso vale per l’iniziativa di uno dei partiti promotori, che chiedeva di dimezzare da dieci a cinque anni il periodo necessario per ottenere la cittadinanza italiana. Una proposta che stride con il sentimento diffuso nel Paese, dove cresce la richiesta di maggiori controlli e restrizioni, mentre la sinistra continua a invocare un’apertura indiscriminata dei confini. Questo senza considerare che l’Italia, già oggi, detiene il primato europeo per concessione della cittadinanza.

Il risultato di questi referendum ha evidenziato l’inconsistenza di una sinistra ancorata a vecchi schemi ideologici, incapace di rinnovare la propria visione politica. Nemmeno la retorica sulla partecipazione al voto, pur essendo un principio democratico fondamentale, è riuscita a suscitare un reale entusiasmo popolare. D’altra parte, trattandosi di referendum abrogativi promossi da una sola parte politica, è naturale che le forze avverse abbiano legittimamente invitato all’astensione, come previsto dalla Costituzione che stabilisce un quorum di partecipazione per la validità della consultazione.

Va ricordato, inoltre, che anche esponenti della sinistra, incluso l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in passato hanno riconosciuto come legittima l’astensione quando i quesiti referendari apparivano inconsistenti.
A ciò si aggiunge il fatto che la sinistra appare oggi prigioniera di una retorica di negazione che la priva di una visione costruttiva. Incapace di proporre un progetto politico positivo e concreto, si coagula esclusivamente per antagonismo, pretendendo di arruolare gli italiani in nome della difesa della democrazia, presentata come perennemente minacciata da un presunto ritorno del fascismo. Questo allarme, puntualmente agitato ogni qual volta la sinistra perde le elezioni, finisce per svuotare il significato delle parole e banalizzare eventi storici. Il ricorso sistematico al moralismo storico e all’accusa di fascismo diventa un passe-partout ideologico per screditare le forze di centrodestra, delegittimando l’avversario politico e impoverendo il confronto democratico.

Ora che i loro quesiti strumentali e inattuali sono stati chiaramente bocciati dagli italiani, è prevedibile che la sinistra si rifugi nel “patetismo politico”, accusando il governo di aver ostacolato la partecipazione popolare. Una narrazione vittimista che tradisce una strana concezione della democrazia: come se i cittadini, in modo forzoso e antidemocratico, dovessero essere obbligati a votare, anche quando non condividono i contenuti del referendum. È paradossale che proprio coloro che si presentano come esclusivi custodi dei valori democratici finiscano per negare uno dei principi fondamentali della democrazia stessa: la libertà di scelta, che include anche il diritto legittimo all’astensione.

Per questo motivo, l’indignazione sollevata ad arte da una sinistra a corto di argomenti è stata chiaramente respinta dagli elettori, che hanno giudicato questi referendum come espressione di battaglie ideologiche fuori dal tempo e dalla realtà.

Andrea Amata, 9 giugno 2025

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