Cronaca

Altro che “no re”: in piazza i nemici dell’Occidente

A Roma cori contro Giorgia Meloni e il solito copione. Ma tra gli striscioni spuntano Cospito, gli anarchici delle bombe e Hannoun

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Roma, sabato pomeriggio. Migliaia in piazza, slogan già sentiti, bandiere arcobaleno e parole d’ordine che scorrono come un copione imparato a memoria. Fin qui nulla di sorprendente. Il problema è che, dietro questa rappresentazione ormai rituale, ieri si è visto qualcosa di più: un salto di qualità che merita attenzione. La piazza “No Kings”, che si è inserita nella mobilitazione globale contro “i re e le loro guerre”, si è presentata con il solito armamentario ideologico. Bandiera della pace, cori contro Giorgia Meloni, attacchi al governo, accuse di deriva autoritaria. Niente di nuovo. Anche le parole d’ordine della sinistra politica presente – da Nicola Fratoianni ad Angelo Bonelli, fino al leader della Cgil Maurizio Landini – ricalcano un copione consolidato: più spesa sociale, meno armi, più diritti, meno potere concentrato.

Fin qui, tutto prevedibile. Il problema è che, accanto a questa narrazione, si è affacciato qualcosa di più oscuro. Non più soltanto la protesta politica, ma la legittimazione – neanche troppo velata – di chi con la democrazia ha un rapporto, diciamo così, complicato. Gli striscioni parlano chiaro. Il sostegno ad Alfredo Cospito, detenuto al 41-bis, non è una novità assoluta, ma continua a colpire per la sua radicalità. “Lo Stato tortura”, si legge. Una semplificazione brutale che trasforma un terrorista in una vittima e lo Stato in un aguzzino. Ma il salto di qualità sta altrove.

Perché quando in piazza compaiono slogan come “Se viviamo è per far saltare la testa dei re, con Sara e Sandro”, il discorso cambia. Sara Ardizzone e Alessandro Mercoglianodue anarchici morti mentre preparavano un ordigno – diventano simboli, quasi martiri. Non più solo dissenso, ma una forma di celebrazione implicita della violenza politica. E qui non siamo più nel campo dell’opinione: siamo in quello della pericolosa ambiguità.

Il tutto mentre sfilano immagini del presidente del Consiglio a testa in giù, accanto a una ghigliottina. Un linguaggio che richiama epoche che pensavamo archiviate e che invece riemerge con sorprendente disinvoltura. Non è satira, non è protesta simbolica: è un immaginario violento che viene normalizzato. E poi c’è il contorno, che non è affatto secondario. Presenze, riferimenti, contiguità che raccontano di un mondo in cui l’anti-occidentalismo è il vero collante. Dai richiami a figure come Hannoun fino alle posizioni di certi ambienti religiosi radicali, il filo rosso è sempre lo stesso: l’Occidente come nemico, la democrazia liberale come problema, lo Stato come oppressore.

Intendiamoci: protestare è legittimo. Criticare il governo è sacrosanto. Ma qui non siamo più solo davanti a una manifestazione politica. Qui si intravede una saldatura tra pezzi di sinistra radicale, anarchici e frange estremiste che condividono una visione profondamente ostile ai principi su cui si regge la nostra società. E allora la domanda è semplice: possibile che tutto questo venga derubricato a folklore? Possibile che si continui a far finta di niente davanti a chi giustifica – o peggio, celebra – chi costruisce bombe? Perché il punto non è il dissenso. Il punto è da che parte stai. E ieri, tra bandiere della pace e slogan contro la guerra, qualcuno ha mandato un messaggio molto diverso. Più che contro i “re”, sembrava contro l’idea stessa di Occidente.

Franco Lodige, 28 marzo 2026

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