Economia

Balneari: dallo Stivale alle coste spagnole la trappola delle aste

Dallo Jonio alla Riviera, la "gara equa" sul litorale è un inganno: non crea competizione, la modellizza per pochi oligarchi. Ecco cosa può creare vera concorrenza più di qualsiasi bando Ue

balneari (RAI)

Non c’è solo l’Adriatico o la Romagna. Anche Liguria, Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna e Friuli-Venezia Giulia vivono lo stesso schema: porzioni di territorio demaniale gestite da concessionari radicati da decenni, spesso ereditari, protetti da un sistema che impedisce l’entrata di nuovi operatori.

In Liguria si combatte per le poche spiagge libere rimaste; in Toscana e Puglia la bellezza naturale è divenuta fonte di rendite protette; in Sicilia i grandi complessi turistici soffocano i piccoli gestori; in Calabria e Campania burocrazia e incertezza normativa bloccano investimenti e innovazione. Anche dove la densità di stabilimenti è alta, come sul litorale adriatico o ionico, l’accesso è rigidamente precluso a chi non possiede già una concessione.

Il modello Downs e il monopolio post-gara

Anthony Downs, nella Teoria economica della democrazia, ha paragonato i partiti a imprese che competono per conquistare voti: la concorrenza è intensa nella fase elettorale, ma si esaurisce dopo la vittoria, lasciando spazio a un monopolio decisionale per anni. “I partiti politici in una democrazia formulano le politiche unicamente come mezzo per ottenere voti… come se un imprenditore vendesse programmi in cambio di voti, invece di prodotti in cambio di denaro”, ha scritto lo stesso Downs.

Le aste pubbliche per le concessioni riproducono lo stesso schema: breve competizione iniziale, seguita da una lunga esclusiva per il vincitore, senza meccanismi di contendibilità durante la gestione.

Mises e la concorrenza come processo

Come ha insegnato Ludwig von Mises, “la concorrenza sul mercato non è un concorso ippico dove un giudice decreta il vincitore. È un processo continuo in cui la preferenza dei consumatori determina ogni giorno chi rimane e chi scompare”.

Tale visione sottolinea che la competizione reale non è un evento isolato, ma un meccanismo permanente: ogni acquisto o rinuncia è un voto che ridisegna il mercato. Per lo scienziato austriaco, la forza della concorrenza sta proprio nella sua apertura costante: l’imprenditore deve sapere che può essere sostituito in qualunque momento da chi serve meglio i clienti.

Le aste, al contrario, congelano il risultato: l’accesso alla risorsa è bloccato, le preferenze dei consumatori non incidono più e il vincitore, protetto da un titolo pluriennale, non subisce la pressione quotidiana di chi potrebbe offrire un servizio migliore o più conveniente.

Detto blocco priva il mercato della sua funzione disciplinante: senza la minaccia di perdere i clienti, si riduce l’incentivo a innovare, a migliorare la qualità, a contenere i prezzi. Per l’economista austriaco, togliere al mercato questa caratteristica significa svuotare la concorrenza della sua essenza, trasformandola in un simulacro regolato dall’alto.

Il nodo: la cessione delle attività

In un’economia aperta, un’attività commerciale può essere ceduta a un nuovo gestore dietro corrispettivo per l’avviamento. Nel sistema demaniale marittimo italiano, la cessione dell’attività è vietata: il trasferimento comporta la perdita della concessione. È l’indicata rigidità, più che l’assenza di aste, a bloccare il ricambio e a frenare gli investimenti.

Sul litorale adriatico, con decine di stabilimenti contigui, la libertà di cedere l’attività creerebbe più concorrenza reale di qualsiasi bando europeo. In Calabria, Sicilia o Sardegna, dove il potenziale turistico è alto ma la pressione concorrenziale bassa, permettere la vendita dell’impresa garantirebbe ingresso a operatori capaci di innovare senza attendere la scadenza della concessione.

Confronto internazionale

Altri Paesi hanno scelto approcci più flessibili. In Francia, le concessioni sono valutate caso per caso, evitando gare dove la domanda supera l’offerta; in Spagna, limiti su superficie e durata impediscono concentrazioni eccessive; in Portogallo, parte del litorale è gestita da cooperative locali con revisioni periodiche; in Croazia, controlli annuali sulla qualità e limitato ricorso alle aste garantiscono standard elevati; in Grecia, rotazione frequente delle concessioni per impedire rendite permanenti.

Conclusioni

La retorica della “gara equa” maschera un meccanismo che crea competizione apparente e monopolio sostanziale. Una volta assegnata la concessione, chi vince si assicura un’esclusiva protetta; chi perde resta fuori per anni, indipendentemente dalla capacità di servire meglio i clienti.

La concorrenza autentica è un processo vivo e quotidiano, alimentato dalle scelte dei consumatori e aperto all’ingresso di nuovi operatori. È inoltre indispensabile per scegliere chi sa fa meglio, non è quindi una guerra di tutti contro tutti.

Senza libertà di cessione e senza politiche per ampliare gli spazi disponibili, le coste italiane resteranno chiuse al ricambio e all’innovazione, trasformando il litorale in un mosaico di feudi stabili più che in un bene dinamico al servizio della collettività.

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