Esteri

Retroscena

Il ruolo di Zapatero e di Doha nella transizione a Caracas

Dal fallimento del canale spagnolo per l'esilio di Maduro alla "normalizzazione" di Delcy Rodriguez per una transizione controllata. Il supertestimone che inguaia Maduro e Zapatero

Maduro Zapatero (Ytube)
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Stati Uniti, Spagna, Qatar. Su questo asse si è sviluppata l’operazione politica che ha portato alla fine del ciclo di Nicolás Maduro. Un lavoro costruito nel tempo con l’obiettivo di gestire una transizione controllata in Venezuela e ridurre l’impatto regionale di un cambio di potere. Washington ha diretto il processo, affidandosi a intermediari capaci di muoversi fuori dai circuiti ufficiali.

Il canale spagnolo

In questo contesto si colloca il ruolo di José Luis Rodríguez Zapatero, ex primo ministro spagnolo, utilizzato come facilitatore nei primi contatti. Le interlocuzioni iniziali si sono svolte tra Madrid e Caracas.

Nella capitale spagnola si sono tenuti incontri riservati con Zapatero, un alto ufficiale militare venezuelano e soggetti incaricati di mantenere il collegamento con gli Stati Uniti. Al centro delle discussioni vi era una soluzione politica che prevedesse l’uscita di Maduro dalla guida del Paese, preservando però una struttura chavista funzionale a garantire continuità istituzionale.

In questa fase ha iniziato a emergere con chiarezza la figura di Delcy Rodríguez, vicepresidente del regime, indicata come possibile perno di una fase di transizione accettabile per Washington. Il canale spagnolo ha mostrato rapidamente i suoi limiti. Maduro ha respinto ogni ipotesi di accordo, comprese quelle che prevedevano garanzie personali, trasferimento sicuro all’estero ed esilio.

Il ruolo Doha

Con l’esaurirsi di questa opzione, il fulcro dei negoziati si è spostato a Doha, diventata il centro operativo della trattativa, ospitando gli incontri più sensibili tra rappresentanti venezuelani, emissari statunitensi e membri della famiglia reale qatarina. L’assenza di legami politici profondi con la cerchia di Maduro e la mancanza di interessi diretti in Venezuela consentono al Qatar di agire come mediatore senza esposizione politica.

Una normalizzazione del Paese sudamericano viene inoltre considerata favorevole alla stabilità del mercato energetico globale, elemento centrale per un’economia fondata su contratti di gas di lungo periodo.

Delcy Rodriguez

A Doha è stato definito in modo più netto il ruolo di Delcy Rodríguez come figura centrale del governo di transizione. Secondo fonti vicine ai colloqui, Zapatero ha contribuito in modo attivo alla costruzione di questo schema, acquisendo uno status di collaboratore politico di Washington. Il governo destinato a gestire la transizione non prevede la diffusione di informazioni compromettenti sul suo ruolo e gli Stati Uniti non intendono intervenire.

Eventuali iniziative giudiziarie restano di competenza esclusiva delle autorità spagnole. Il piano mira a riposizionare Delcy Rodríguez come figura tecnocratica, attenuando il peso del suo passato politico e delle sanzioni europee per violazioni dei diritti umani.

I legami di Zapatero con il regime

È qui l’ex premier spagnolo giocherebbe un ruolo chiave. I rapporti risalgono almeno al 2015, quando incontrò Rodríguez e suo fratello Jorge, allora figura centrale del potere a Caracas. Da quel momento si sono consolidati legami politici che hanno reso l’ex premier spagnolo uno dei principali riferimenti europei del regime venezuelano. Zapatero lavora per normalizzare l’immagine di Rodríguez presentandola come profilo tecnocratico e affidabile, nonostante resti soggetta alle sanzioni dell’Unione europea.

Restano anche le accuse dell’ex capo dell’Intelligence venezuelana Hugo “El Pollo” Carvajal, che avrebbe collegato Zapatero a interessi auriferi riconducibili al regime, mai chiarite dall’ex presidente socialista.

Ne abbiamo parlato con Alessandro Bertoldi, che lo scorso dicembre ha avuto l’intuizione politica e simbolica di consegnare il Premio Internazionale Milton Friedman 2025 a Edmundo González Urrutia, presidente eletto della Repubblica Bolivariana del Venezuela, e che affronta senza giri di parole i nodi irrisolti della crisi venezuelana e i suoi protagonisti più controversi.

Alla domanda su quale sia oggi il ruolo reale di Zapatero e se la sua attività di mediazione possa essere considerata credibile, Bertoldi è netto. A suo giudizio, al di là dei tentativi di presentarsi come facilitatore neutrale, la figura dell’ex premier spagnolo resta indissolubilmente legata al potere chavista.

Al netto degli interventi per mediare che può aver operato l’ex premier Zapatero, ritengo la sua figura legata a doppio filo al regime venezuelano, essendo stato loro consulente, parrebbe ben retribuito e ideologicamente sempre abbastanza compromesso con Chávez e Maduro. Dovrà chiarire molte cose qualora volesse riscattare la sua immagine nel mondo ispanico.

Il super-testimone

Il tema si sposta poi sul fronte giudiziario internazionale e sul processo in corso negli Stati Uniti contro Nicolás Maduro. Qui la domanda è inevitabile: quanto pesa davvero la testimonianza di Hugo “El Pollo” Carvajal, ex capo dell’Intelligence venezuelana, oggi considerato un supertestimone chiave a New York?

Secondo Bertoldi, il ruolo di Carvajal è tutt’altro che marginale, anzi. Non si tratta solo di un uomo che “sa”, ma di qualcuno che ha contribuito a costruire l’intero sistema.

Per quanto riguarda il supertestimone nel processo contro Maduro a New York, “El Pollo” Carvajal sembra sapere molto bene tutto, essendo stato colui che ha iniziato il sistema, fondando il narcostato de facto di cui si sente parlare. Lui per primo, da capo dell’Intelligence, sancì l’accordo tra narcos, militari e politica.

Da qui nasce un’ulteriore domanda, forse la più delicata: quali margini ha oggi Maduro per evitare una condanna pesante e definitiva negli Stati Uniti? Esiste davvero una via d’uscita?

La risposta di Bertoldi è cruda e priva di ambiguità. Per il leader venezuelano, l’unica moneta di scambio possibile è il tradimento politico e personale di chi gli è stato vicino: “Maduro dovrà tradire qualcun altro, rendendosi utile agli Usa, se non vorrà stare tutta la vita in carcere”.

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