Esteri

Rapina di seggi in Virginia, Democratici senza vergogna

Pronti a tutto per le midterm. Gerrymandering fuori controllo, violazioni costituzionali e di nuovo l'ombra del voto postale. Il Gop si prepara a rispondere ma la vera chiave è SAVE America Act

Virginia (screenshot Foxnews)

Un altro voto, un’altra sconfitta per il Partito Repubblicano, in quello che sta diventando sempre di più il punto critico del panorama elettorale americano. Lo stato della Virginia sembra essere passato da swing state a sempre più leaning blue, dopo decenni nei quali era da sempre considerato in bilico.

Il tweet trionfalistico dell’unico ex presidente degli Stati Uniti a non essere dignitosamente scivolato nell’anonimato per rispetto dell’istituzione, Barack Hussein Obama, non è l’unico segnale di quanto il voto sulla proposta di modifica dei distretti elettorali dell’Old Dominion State fosse considerato cruciale da parte della dirigenza democratica.

Eppure, la vittoria di misura nel voto su una misura al limite del terrorismo istituzionale, che sicuramente sarà a lungo combattuta nelle corti locali e federali non è un segnale di salute per il partito dell’asinello.

Al contrario, sembra indicare il cammino per le prossime mid-terms di novembre, un cammino fatto di soprusi legislativi locali, guerriglia per impedire il ritorno alla normalità nelle procedure elettorali e, soprattutto, la caccia spietata ai voti marginali se non degli immigrati illegali. Vediamo, quindi, cosa è successo in Virginia e come il Grand Old Party potrebbe rendere pan per focaccia ai democratici.

Una vittoria di Pirro?

Se l’ennesima batosta per il Gop della Virginia, che si era mobilitato da tempo con i propri attivisti per fermare il putsch istituzionale che toglierà al 40 per cento degli elettori dello stato qualsiasi forma di rappresentazione a livello federale, è innegabile, non tutto è andato secondo le previsioni in questa votazione.

Basta fare un confronto con le ultime tornate elettorali per capire come la narrativa di uno stato che vira sempre più a sinistra non regga. La Virginia era stata vinta dalla Harris alle presidenziali del 2024 con uno scarto a favore dei democratici del 5,8 per cento: tale margine si era allargato a dismisura l’anno successivo nella sfida tra Abigail Spanberger e Winsome Earle-Sears per la carica di governatore, con la candidata democratica ad un umiliante +15 punti percentuali. Le cose erano andate meno bene nella gara per Attorney General, vinta dalla candidata democratica musulmana con un +7.

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Il 51 a 49 di questa votazione per confermare il redistricting non è del tutto rassicurante, specialmente se si guarda questo grafico, che mostra come i voti raccolti dal “Sì” siano stati molti meno di quelli presi dalla Harris in quasi tutte le contee dello stato. La frattura tra la Virginia rurale e gli agglomerati urbani di Alexandria e Norfolk, dove la presenza di dipendenti pubblici dell’amministrazione federale è preponderante, si sta allargando sempre di più.

Il Gop locale, uscito dalle amministrative dell’anno scorso con le ossa rotte, si è mobilitato ed è riuscito a portare alle urne parecchi degli attivisti Maga rimasti a casa l’ultima volta ma, a quanto pare, non è bastato a fare la differenza.

Altrettanto deludente è il risultato tra le componenti “etniche”: secondo l’exit poll del New York Times, se i bianchi hanno votato contro, anche se per lo 0,26 per cento, neri ed ispanici hanno votato in blocco per il redistricting, +32 e +26 punti rispettivamente. Possibile che si tratti solo del fatto che le politiche Dei dell’amministrazione Biden abbiano riempito gli uffici pubblici di minoranze etniche ma non è un buon segnale per il Gop, sia in Virginia che a livello nazionale.

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Una montagna di soldi

Per capire l’importanza di questo voto, basta ricordare che, meno di dieci anni fa, il Gop aveva quasi una supermajority nel Congresso statale (64 su 100) e che sette degli undici deputati espressi dallo stato erano repubblicani. La situazione era cambiata negli ultimi anni ma certo non a causa di come i distretti erano stati disegnati: l’analista della Cnn Scott Jennings ricorda come la mappa dei collegi fosse la più giusta del Paese.

Sei distretti democratici, cinque repubblicani, in termini di rappresentanza proporzionale si tratta di un caso unico nel Paese. A disegnarla era stata una commissione indipendente, richiesta dagli elettori pochi anni fa. Oggi siamo di fronte alla mappa più ingiusta e partigiana della nazione. Non mi sorprende che abbia vinto il sì: avevano una montagna di soldi e le menzogne dei media. Talvolta, in politica, quando hai queste due cose a favore, puoi riuscire a vincere di misura anche quando fai porcate del genere.

A soffrirne in maniera pesante è la popolarità della Spanberger che, secondo Jennings:

ha mentito al popolo della Virginia. Hanno fatto una domanda nel referendum ridicola, disegnato collegi che non hanno senso. Da oggi a rappresentare enormi parti della Virginia profonda saranno cinque o sei democratici che vivono vicino a Washington. È una buffonata, lo sanno tutti ma c’è una ragione per la quale la dirigenza democratica nazionale ha speso così tanto in Virginia. Non gliene frega niente del popolo o della rappresentanza: vogliono solo conquistare il potere.

Di quanti soldi stiamo parlando? Circa 70 milioni di dollari, non spiccioli, quasi tutti raccolti al di fuori della Virginia. Le televisioni locali hanno avuto spot a favore del referendum non stop per oltre due mesi, Obama ha fatto campagna a favore, diverse star di Hollywood si sono fatte avanti, tutto per togliere tre seggi al Congresso ai repubblicani. I settantamila voti di differenza non sembrano così tanti, specialmente in uno stato che da anni sembra spostarsi a sinistra.

Il solito voto postale

Una volta superati i festeggiamenti dei media una volta mainstream, fin troppo prevedibili, si nota come qualche irregolarità di troppo sia apparsa durante lo scrutinio. Un account su X che segue con attenzione la politica locale della Virginia ha subito puntato il dito sulla contea di Fairfax, una delle pochissime che non ha visto un netto spostamento a destra.

Come successo tante altre volte dal 2020 in avanti, a notte fonda, mentre lo scrutinio era ancora in corso, la contea ha scaricato tutti i voti postali degli absentees, ben 35.000 voti tutti a favore del Sì. Non si tratta di un numero arrotondato ma di esattamente trentacinquemila voti, tutti sì, tutti allo stesso momento. Una coincidenza che non ha convinto nessuno e spinto molti attivisti a chiedere che sulle procedure in questa grossa contea si apra immediatamente un’inchiesta del Dipartimento della Giustizia federale.

Violazioni costituzionali

Altri, invece, come l’ex attorney general e candidato repubblicano Ken Cuccinelli, hanno fatto notare come, pur di arrivare a questo referendum, la Spanberger abbia commesso una serie non trascurabile di mosse giuridicamente discutibili. Secondo Cuccinelli, sarebbero state violate quattro norme della Costituzione della Virginia: il primo passaggio della legge che ha indetto il referendum è invalido, visto che è stato approvato durante una sessione speciale indetta per il bilancio.

Per autorizzare un emendamento costituzionale sarebbe servita una votazione dei due terzi del Congresso che non è mai avvenuta. L’articolo XII comma 1 della Costituzione specifica poi che l’emendamento dovrebbe essere “rimandato all’Assemblea Generale nella prima sessione dopo le prossime elezioni della Camera dei Delegati”, cosa che non è avvenuta. Lo stesso comma indica che dovrebbero passare 90 giorni dopo la votazione finale prima di chiamare gli elettori alle urne mentre, per finire, la mappa appena passata violerebbe in maniera palese il comma 6 dell’articolo II, che recita “ogni collegio elettorale deve essere composto di territori contigui e compatti”.

Two can play this game

La reazione di alcuni dirigenti repubblicani è andata ben oltre allo choc della sconfitta: molti di loro sembrano decisi a rendere pan per focaccia ai democratici. Carlos Turcios, dirigente del Gop nella contea di Tarrant, in Texas, ha scritto in un tweet che, dopo l’abominio giuridico commesso dai democratici in Virginia, i repubblicani del Lone Star State farebbero bene a ridisegnare i collegi in modo da consegnarli tutti e 38 al Gop.

Altri, invece, hanno fatto notare come il risultato della votazione mostri tutti i soliti segnali di allarme sui brogli: chi si è presentato alle urne in anticipo ha votato per il sì per un 1,6 per cento, chi lo ha fatto il giorno della votazione ha votato per il no per un 9 per cento in più, mentre i voti postali hanno visto un mostruoso +45 per il sì.

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Possibile che si tratti della solita machine politics democratica, fatta di operatori pagati profumatamente per cacciare i voti uno per uno, specialmente nelle aree con più minoranze etniche ed immigrati ma tutto il ballot harvesting del mondo non spiega una differenza del genere.

A questo punto la posizione principled dei repubblicani dell’Indiana, che avevano evitato il gerrymandering dopo un accordo con i democratici, è del tutto screditata. Il piano dei democratici è ormai evidente: ripetere ovunque quello che è successo negli anni scorsi in quegli stati dove hanno il controllo totale delle istituzioni.

Il redistricting operato da Gavin Newsom in California ha ridotto al lumicino i collegi nei quali il Gop ha possibilità di eleggere deputati al Congresso federale ma l’obiettivo finale è ripetere quanto avvenuto nel New England. I sei stati che compongono il nord-est dell’Unione vedono i repubblicani attorno al 40 per cento dei consensi un po’ ovunque: ci si aspetterebbe che, dei 33 deputati che mandano a Washington 13 fossero repubblicani. In realtà il Gop ne manda solo uno.

La chiave? Il SAVE America Act

Il Texas sta già provando a rispondere, con una nuova mappa che garantirà ai repubblicani il 73 per cento dei distretti in uno stato che vincono regolarmente con un +15 (in Virginia si parla di un 91 per cento democratico per uno stato vinto con un terzo dello scarto). La settimana prossima si riunirà una sessione speciale del Congresso della Florida, che potrebbe approvare una nuova mappa che aumenterà ulteriormente il vantaggio del Gop dall’attuale 20-8, ma sono in corso iniziative simili anche in Georgia, Louisiana e New York.

In realtà si tratta di mosse tattiche in vista del vero riallineamento prossimo venturo, quello successivo al censimento del 2030, che, visti i movimenti di milioni di americani da stati democratici verso Florida, Texas e Tennessee dovrebbe rendere una maggioranza democratica al Congresso molto complicata.

I democratici ormai hanno perso ogni ritegno e sembrano disposti a tutto pur di guadagnare un seggio in più alle mid-terms. L’executive order del 31 marzo con il quale Donald Trump ha limitato l’uso dei voti postali e la creazione di un registro degli elettori nazionale fa capire come la Casa Bianca consideri cruciale questo problema.

Resta da capire se il resto dell’establishment del Gop si deciderà finalmente a prendere sul serio il problema, magari spingendo per il passaggio del SAVE America Act, ancora fermo al Senato nonostante l’80 per cento degli americani si dica a favore.

Una cosa, però, è certa: il clima che circonda la politica a stelle e strisce è sempre più arroventato e gli attacchi alla presidenza Trump non faranno che salire di tono da qui a novembre. La domanda delle mille pistole è quanto si potrà continuare a tirare la corda prima che qualcosa si rompa in maniera forse irrimediabile.

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