Esteri

Se “la democrazia uccide”, gli stati falliti africani fanno assai di peggio

Così il dittatore golpista del Burkina Faso Ibrahim Traoré si rimangia la promessa di transizione democratica, ma il suo regime militare è disastroso

Traoré Burkina (screenshot Ytube Apt)
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“Bisogna smetterla di parlare di democrazia. Dobbiamo dire la verità: la democrazia non fa per noi. La democrazia uccide”. Con questa dichiarazione il capitano Ibrahim Traoré, il presidente del Burkina Faso, ha chiarito di aver chiuso con l’Occidente e con la sua forma di governo.

Traoré è alla guida del Paese da quando ha organizzato il colpo di stato del 30 settembre 2022, il secondo in un anno dopo quello del 23 gennaio. Dapprima aveva promesso una transizione democratica che si sarebbe conclusa con le elezioni nel luglio del 2024. Ma a maggio del 2024 ha annunciato che, per motivi di sicurezza, la giunta avrebbe governato per altri cinque anni a partire dal luglio 2024.

Poi, nel luglio del 2025, ha sciolto la Commissione elettorale. Costava troppo mantenerla, ha spiegato, e, soprattutto, trasferire al Ministero dell’interno le sue funzioni sarebbe servito a rafforzare il “controllo sovrano della giunta militare sul processo elettorale e a limitare le influenze straniere”. Lo scorso gennaio infine ha sciolto tutti i partiti politici “per ricostruire lo Stato” e liberarlo “dagli abusi e dalle disfunzioni del sistema multipartitico”.

I golpisti africani

Traoré è uno dei sei militari africani attualmente al potere grazie a un golpe e che ancora non hanno ripristinato le istituzioni democratiche. Gli altri sono il generale Assimi Goita, che ha preso il potere in Mali nel 2020 e lo ha consolidato con un altro colpo di stato nel 2021; il generale Abdel Fattah al-Burhan, presidente de facto del Sudan dopo il golpe del 2019; il maggior generale Horta Inta-a, presidente ad interim della Guinea Bissau dal novembre del 2025; il generale Abdourahamane Tchiani, in carica in Niger dal golpe del 2023 (e per i prossimi cinque anni, tanto dovrebbe durare la transizione democratica annunciata); il colonnello Michael Randrianirina, presidente del Madagascar dall’ottobre 2025, che per ora assicura elezioni entro due anni.

Ci sono altri dieci leader africani che, direttamente o indirettamente, in origine devono il potere a un colpo di stato. In seguito hanno acconsentito al ritorno alla democrazia. Però, secondo una interpretazione del tutto singolare di “ritorno alla democrazia”, quando hanno indetto le prime elezioni si sono candidati loro stessi alla presidenza, anche se avevano assicurato che non lo avrebbero fatto, e sono stati eletti: vittorie contestatissime, ottenute reprimendo il dissenso, eliminando con pretesti legali o fisicamente gli avversari, approfittando del controllo esercitato su commissioni elettorali e altri organismi per falsare i risultati elettorali con brogli denunciati sempre invano.

Tuttavia da allora si ritengono e vengono considerati legittimi detentori della carica. Alcuni lo sono da decenni: Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda dal 1986, Paul Biya, presidente del Camerun dal 1982, Teodoro Nguema Obiang Mangue e Denis Sassou-Nguesso presidenti dal 1979 della Guinea Equatoriale il primo e della Repubblica del Congo il secondo (con un intervallo tra il 1992 e il 1997).

Due in realtà sono presidenti non perché autori di un golpe, ma perché in questo modo avevano preso il potere i loro genitori dai quali lo hanno ereditato. Dal 2005 è presidente del Togo Faure Gnassingbe, succeduto al padre Gnassingbe Eyadema alla sua morte. Eyadema governava il Paese dal 1967. Anche Mahmat Déby, presidente del Ciad, nel 2021 è succeduto al padre, Idriss Déby Itno, autore di un golpe nel 1990, ucciso durante uno scontro a fuoco con un gruppo antigovernativo.

Tutti cercano e finora hanno trovato il modo di conservare il potere, a oltranza, per sé, per i famigliari, per la cerchia dei collaboratori più stretti. In Zimbabwe, ad esempio, il presidente Emmerson Mnangagwa, soprannominato “il coccodrillo”, sta tentando di ottenere il prolungamento dei termini del suo mandato che scade nel 2028. Nel 2017 con un golpe bianco aveva rovesciato il regime di Robert Mugabe durato 37 anni. Un disegno di legge in discussione in queste settimane prevede di portarlo da cinque a sette anni. Questo gli permetterebbe di restare in carica fino al 2030.

Faure Gnassingbe, in Togo, è riuscito per quattro volte a farsi eleggere capo dello stato. Non potendo più candidarsi, nel 2025 ha ottenuto che fossero approvati degli emendamenti costituzionali in base ai quali il presidente viene eletto dal Parlamento, non più dalla popolazione, e le sue funzioni sono ridotte a mera rappresentanza.

Il potere è passato nelle mani del primo ministro, la cui carica non ha limiti di mandato e che viene eletto anch’esso dal Parlamento, istituzione saldamente in mano all’Unir (Union pour la république), il partito di Faure Gnassingbe. Neanche a dirlo, lo scorso maggio Faure ha assunto la carica di primo ministro.

Il sistema Traoré

Traoré però è il primo leader a dire che non ci sarà un ritorno alla democrazia. “Abbiamo il nostro approccio – sostiene – siamo qui per cambiare completamente il modo in cui le cose vengono fatte”. Non ha spiegato e ancora non si capisce in che cosa consiste il suo sistema alternativo. Dice genericamente di volerlo fondare su “sovranità”, “patriottismo”, “mobilitazione rivoluzionaria”, affidando un ruolo centrale ai leader tradizionali e alle strutture di base: sembrano più slogan che punti programmatici.

Jihadisti fuori controllo

Intanto il Paese è agli ordini di un per niente innovativo regime militare e l’esito finora è stato disastroso sotto tutti i punti di vista. Traoré in particolare aveva dichiarato di voler fare a meno dell’aiuto dell’Occidente contro il terrorismo islamico, secondo lui del tutto inefficace. Il Burkina Faso avrebbe fatto da sé con l’aiuto della Russia e dei suoi mercenari.

Invece, dal 2022 i gruppi jihadisti hanno moltiplicato gli attacchi e gli attentati e hanno esteso il loro raggio d’azione. Il governo ormai ha perso il controllo su metà del territorio nazionale. Le vittime civili del jihad sono aumentate del 70 per cento. Gli sfollati, in fuga dalla violenza, sono saliti a oltre due milioni. Più del 20 per cento delle scuole sono state chiuse lasciando quasi 900.000 ragazzi privi di istruzione.

Però la gente teme anche i soldati governativi e le altre milizie alleate, tra cui i mercenari russi, che non si fanno scrupolo di colpire i civili: capaci di incendiare un intero villaggio e di sterminarne gli abitanti senza motivo alcuno, magari con il pretesto che si sospettava nascondessero dei jihadisti.

Denunce di misfatti simili si sono susseguite nel corso degli anni. Di recente l’organizzazione Human Rights ha diffuso un rapporto dal quale risulta che tra il gennaio 2023 e l’agosto 2025 sono stati uccisi almeno 1.837 civili nel corso di 57 gravi episodi di violenza: 33 imputabili alle forze governative e ai loro alleati per un totale di 1.255 vittime.

Un altro rapporto, pubblicato dall’organizzazione no profit ACLED (Armed Conflict Location & Event Data) rivela che nel solo 2025 l’esercito governativo e la milizia filo governativa Volontari per la Difesa della Patria hanno ucciso 523 civili, mentre i due maggiori gruppi jihadisti operativi nel Paese – Jnim e Issp – ne hanno uccisi 339. “La democrazia uccide” secondo Traoré. Gli stati falliti, come il suo, fanno assai di peggio.

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